Coronavirus, come agisce e come in alcuni casi purtroppo uccide

Articolo del 02 Febbraio 2021

Nel caso di complicanze gravi e del decesso, pesa di più il virus stesso oppure la risposta immunitaria eccessiva? Entrambi, spiegano i ricercatori: si devono studiare terapie che colpiscano alcune componenti del sistema immunitario senza spegnerlo del tutto

Come agisce il nuovo coronavirus nell’organismo e come (e perché) in alcuni casi si arriva al decesso del paziente? Sono domande complesse, a cui ricercatori di tutto il mondo stanno cercando di rispondere. E per farlo studiano i meccanismi con cui il virus si diffonde e attacca il corpo umano. Posto che la morte è sempre dovuta ad arresto cardiocircolatorio, gli scienziati cercano di capire quanto sia il virus stesso a annientare gli organi vitali e quanto questo effetto sia dovuto ad una risposta immunitaria eccessiva.

La risposta, spiegata in un articolo su Nature, è che, come in molte altre malattie, i due elementi – l’attacco del virus e l’azione del sistema immunitario – sono intrecciati fra loro ed è difficile attribuire un peso specifico a ciascuno dei due. Sulla base di questa considerazione, diversi gruppi stanno studiando quali siano i trattamenti più idonei per le sperimentazioni cliniche. L’ideale sarebbe una terapia che riesca a ridurre in maniera mirata la risposta immunitaria ma senza spegnerla del tutto, anche perché proprio questa (o almeno una parte) aiuta l’organismo a difendersi dall’avanzata del virus.

Coronavirus, le complicanze più frequenti

Sappiamo che non tutti sviluppano sintomi e che molti hanno manifestazioni lievi – tanto che l’Oms annovera in questo gruppo ben l’80% delle persone risultate positive al virus. C’è però, sempre secondo i dati Oms, una percentuale di persone, circa il 15%, che presenta difficoltà respiratorie e ha bisogno di ossigeno, e una fetta ancora più ridotta (il 5%) che ha manifestazioni molto gravi che richiedono la ventilazione e che in qualche caso possono essere fatali. Guardando all’Italia, i dati del 9 aprile 2020 dell’Istituto superiore di sanità, che svolge un monitoraggio continuo e costante delle informazioni cliniche dei deceduti, mostrano che le complicanze più frequenti nei pazienti con Covid-19 che non ce l’hanno fatta sono insufficienza respiratoria nel 96,7% dei casi, danno renale (23,5%), sovrainfezione (11,0%) e danno miocardico acuto (9,8%). Ma come si arriva a complicanze così gravi fino al decesso?

Fra virus e sistema immunitario

Questi esiti sono frutto di un danno combinato fra azione virale e immunitaria non è così infrequente, come spiega su Nature Rafi Ahmed, virologo e immunologo alla Emory University a Atlanta, in Georgia. “È molto difficile distinguere quale percentuale sia dovuta al virus stesso e quale alla risposta immunitaria”, sottolinea l’esperto sull’articolo citato su Nature“ma è quasi sempre una combinazione dei due elementi”. Ci sono alcuni virus, come i norovirus (che causano gastroenteriti) in cui distinguere è più semplice, dato che il virus “colpisce e scappa” e la persona presenta quasi subito i sintomi, da imputare probabilmente al patogeno stesso. Mentre in altri casi, come in alcuni coronavirus, il virus rimane silente più a lungo prima della comparsa dei sintomi, e questo contribuisce a una risposta immunitaria più organizzata e maggiore.

Il ruolo del sistema immunitario

Gli studi nei pazienti ricoverati per Covid-19 suggeriscono che il sistema immunitario abbia un ruolo importante nel causare il decesso della persona. In particolare le prime ricerche nei pazienti gravi in Cina hanno mostrato che queste persone avevano livelli elevati di citochine, proteine che possono scatenare una forte risposta infiammatoria. Fra cui l’interleuchina 6, che a sua volta chiama a raccolta componenti del sistema immunitario, inclusi i macrofagi, che alimentano l’infiammazione e il danno polmonare. Non è un caso che diverse sperimentazioni cliniche, fra cui alcune anche in Italia, stiano testando farmaci che agiscono contro questi stessi processi – la cosiddetta tempesta di citochine proinfiammatorie – e che sono già utilizzati in malattie autoinfiammatorie, come la gotta (colchicina), e l’artrite reumatoide (tocilizumab).

I trattamenti, come sceglierli

I farmaci che spengono il sistema immunitario senza distinguere fra i suoi componenti potrebbero non rappresentare una via terapeutica ideale. Gli steroidi e altri trattamenti che colpiscono il sistema immunitario, infatti, potrebbero sì attenuare la sua risposta ma insieme a questa anche la capacità dell’organismo di difendersi dal virus, come avverte James Gulley, immuno-oncologo al National Cancer Institute a Bethesda, nel Maryland. Oltre a annientare i macrofagi, infatti, potrebbero anche attaccare alcuni linfociti T che sono essenziali nella lotta al coronavirus.

L’ideale, pertanto, si legge su Nature, potrebbe essere una terapia che blocca l’attività dell’interleuchina 6 e che riduce il flusso di macrofagi nei polmoni, senza però agire su altri componenti. Queste terapie già esistono e sono gli inibitori dell’interleuchina 6, fra cui il tocilizumab, approvato in Cina per trattare i pazienti con Covid-19. L’Aifa ha autorizzato uno studio clinico di fase 3 con tocilizumab in Italia che dovrebbe concludersi entro la metà di maggio. Anche anakinra – come il tocilizumab usato nell’artrite reumatoide e autorizzato per uno studio dall’Aifa – colpisce l’interleuchina 1 e potrebbe ridurre la risposta immunitaria senza danneggiare i linfociti T. Ovviamente non si può cantare vittoria e sia l’efficacia sia la sicurezza di questo e altri farmaci, che pure hanno dato primi risultati favorevoli, dovranno essere confermati dagli studi.

 

FonteWIRED

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