L’associazione ambientalista lancia il nuovo rapporto “12 passi per la terra (e il clima)”, un’indagine sull’agricoltura italiana alla prova della crisi climatica, ma anche un manifesto di proposte per uscirne più forti (e più verdi).

«Solo nel 2020, l’Italia ha subìto l’impatto di circa 1400 eventi estremi, tra precipitazioni intense, fenomeni siccitosi, ondate di caldo e inondazioni. L’agricoltura è il settore più esposto agli effetti del cambiamento climatico, ma anche tra i principali responsabili della crisi. Ecco perché partire dalla terra è la chiave per impostare la transizione ecologica. Con il nuovo rapporto “12 passi per la terra (e il clima)”, l’associazione Terra! punta ad offrire una via d’uscita dalla spirale di crisi in cui il settore agricolo rischia di restare invischiato»: così l’associazione Terra introduce l’analisi che ha diffuso.

«Il rapporto mette insieme una disamina delle principali debolezze che, nonostante la narrativa sul Made in Italy, il nostro paese presenta dal punto di vista del sistema agroalimentare: uso intensivo di pesticidi e fertilizzanti che impoveriscono i suoli e fanno strage di biodiversità, alto spreco alimentareallevamenti intensivi che causano inquinamento ed elevata dipendenza dal mercato globale, scarso ricambio generazionale cui fa da specchio il crollo del numero di aziende agricole. E poi lo spettro di nuove diseguaglianze Nord-Sud a causa dei più gravi fenomeni climatici nel Mezzogiorno, una PAC che rischia di lasciare l’agroecologia solo sulla carta, la dipendenza dallo strapotere della grande distribuzione e la scarsa programmazione di politiche del cibo a livello nazionale, urbano e metropolitano» spoega l’associazione.

«Questi e molti altri problemi affliggono un settore che, nonostante tutto, presenta caratteristiche di base che – con un sostegno strutturale ben condizionato e politiche pubbliche all’insegna della pianificazione ecologica – potrebbe creare lavoro e diventare l’apripista della transizione ecologica italiana – prosegue l’associazione Terra – Tra le misure proposte: tagliare nettamente la vendita e il consumo di input chimici, andando oltre gli impegni della Strategia Farm to Fork; comprimere il settore zootecnico e riconvertirlo, privando le strutture industriali dei fondi PAC e introducendo etichette obbligatorie per i prodotti “da allevamento intensivo”; garantire i diritti degli agricoltori a riprodurre e scambiare le sementi; vietare le pratiche sleali della grande distribuzione; garantire contratti regolari e diritti ai lavoratori agricoli; investire nel ricambio generazionale a partire dai bandi sulle terre pubbliche; orientare la produzione alimentare al mercato interno promuovendo politiche locali del cibo ed evitando i trattati internazionali di liberalizzazione commerciale; abolire il calibro dei prodotti agricoli per evitare spreco e perdite alimentari».

«Affrontare le diseguaglianze climatiche investendo particolarmente nella conversione agroecologica del Mezzogiorno. “Abbiamo voluto dare un quadro della crisi che oggi affligge l’agricoltura italiana, ma anche delle potenziali soluzioni – dichiara Fabio Ciconte, direttore di Terra! – Questo lavoro evidenzia come la transizione ecologica non si possa affidare unicamente alla tecnologia ma serva un lavoro trasversale di politiche ambientali, economiche e sociali che riformi in profondità il sistema alimentare. Non basteranno pannelli solari sulle stalle o progetti più o meno speculativi sul biometano. Ci sono problemi di fondo nelle nostre filiere che le misure contenute nel PNRR e la nuova PAC non stanno affrontando. Con i 12 passi lanciamo una proposta d’azione per la politica, gli agricoltori e la società civile, prima che sia troppo tardi”».

12 passi per l’agricoltura (e il clima): i dati del rapporto

Il rapporto di Terra! si basa sui dati più aggiornati e collega la dimensione nazionale a quella europea e globale, per dare un’immagine completa dell’impatto climatico che il sistema alimentare subisce e provoca allo stesso tempo. Alcuni elementi aiutano a comprendere lo stato dell’arte.

SUOLO, CLIMA E DISEGUAGLIANZE: il suolo assorbe un terzo delle emissioni climalteranti, ma in Italia, specialmente al Sud, l’agricoltura industriale e il cambiamento climatico ne stanno riducendo la fertilità con impatti sulla resa delle colture. L’estensione dei periodi siccitosi nel Mezzogiorno rappresenta un grave pericolo per la salute di almeno quattro filiere di primario interesse nazionale e l’economia agricola meridionale: per il frumento si attendono perdite di produttività di circa il 20% entro il 2040, per l’olivo e la vite è previsto uno spostamento degli areali di coltivazione verso nord, per il pomodoro un incremento della richiesta idrica giornaliera fra il 10 e il 30%, con conseguente aumento dei costi.

ALLEVAMENTI: In Italia, l’agricoltura è il settore dell’economia che manda in atmosfera più metano (44,7%) e protossido di azoto (59,4%): il primo deriva dalla digestione degli animali (in particolare i bovini), il secondo viene liberato a seguito dello spargimento dei loro reflui sui terreni. Le attività connesse alla zootecnia coprono i due terzi delle emissioni del comparto agricolo, che nel nostro paese valgono 30 milioni di tonnellate di CO2eq.

PESTICIDI E FERTILIZZANTI: Nel nostro paese si spargono 4,5 milioni di tonnellate di fertilizzanti l’anno, oltre la metà dei quali inutilmente, dal momento che non vengono assorbite e finiscono nelle falde acquifere. Sono invece 115 mila le tonnellate di pesticidi utilizzate sulle piantagioni nazionali. Siamo il terzo paese europeo per consumo di questi prodotti, oltre metà dei quali solo nel Nord Italia. In media, il quantitativo di principio attivo distribuito per unità di superficie è pari a 6 kg per ettaro, contro una media europea di 4.

BIODIVERSITÀ: Il 30% del cibo che consumiamo dipende direttamente dall’impollinazione degli insetti e la loro opera influenza a livello qualitativo e quantitativo oltre il 70% delle colture. Il cambiamento climatico, insieme all’uso della chimica, è tra i fattori che più incidono sulla popolazione di impollinatori, creando gravissimi problemi alla loro sopravvivenza e ostacolando l’aiuto che forniscono all’agricoltura. Nel frattempo, crea le condizioni per la proliferazione di “specie aliene” che attaccano le piantagioni. Le cosiddette “invasioni biologiche” sono aumentate del 96% in trent’anni nel nostro paese, trovando impreparati gli agricoltori e causando il collasso di interi raccolti, come accaduto per la produzione di nocciole piemontese nel 2017.

SEMENTI: Oggi i semi sono sempre meno un bene comune locale e sempre più una commodity protetta da diritti di proprietà intellettuale. Quattro società, le cosiddette Big 4 (Bayer-Monsanto, Corteva, ChemChina, BASF), controllano il 60% delle vendite di sementi proprietarie nel mondo. Le varietà ibride sviluppate per il mercato forniscono prodotti sempre più standardizzati, capaci di garantire alte rese e tempi di maturazione omogenei, facilità di raccolta e una lunga durata sullo scaffale del supermercato. Di conseguenza, il numero di specie coltivate si sta riducendo. Tre specie di frutta su quattro sono andate perse in Italia nell’ultimo secolo – e di quelle rimanenti il 75% è a rischio. Meno specie significa maggiore rischio, perché i sistemi agricoli più sono complessi, più sono resilienti.

COMMERCIO INTERNAZIONALE: Il nostro paese è al quinto posto per importazione di emissioni legate a beni intermedi agricoli e al decimo posto per l’import di emissioni legate a prodotti alimentari. Il 30% delle emissioni italiane legate al settore della carne deriva dalle importazioni. Tutto questo però non rientra nel calcolo degli impegni climatici nazionali. Le emissioni totali del nostro paese sarebbero del 34% più alte se adottassimo metodi di contabilità basati sul consumo di beni e servizi, invece che sull’origine geografica.

SPRECO ALIMENTARE: In Italia si sprecano circa 5,2 milioni di tonnellate di cibo, per 24,5 milioni di tonnellate di emissioni di gas serra. Se un ruolo chiave nella riduzione resta nelle mani del consumatore, dall’altra le norme che regolano il calibro dei prodotti contribuiscono ad escludere dal mercato del fresco quelli che non raggiungono dimensioni “ideali” e presentano anche piccoli difetti. Sempre più spesso il cambiamento climatico incide sul calibro e sull’estetica del cibo, impedendo agli agricoltori di vendere ad un prezzo sostenibile i prodotti e spingendoli, talvolta, a non raccoglierli neppure.

CAPORALATO: La transizione ecologica dell’agricoltura non può esistere senza il rispetto dei diritti umani e sociali. In Italia 180 mila lavoratori agricoli sono considerati vulnerabili, esposti a fenomeni di sfruttamento e caporalato.

GRANDE DISTRIBUZIONE: Per entrare nei punti vendita della grande distribuzione serve garantire produzioni di larga scala standardizzate, collegate a processi di lavorazione industriale e infrastrutture logistiche lunghe e complesse. Con i relativi impatti ambientali. Basti pensare al boom di prodotti della cosiddetta quarta gamma, che nel 2019 hanno raggiunto un valore complessivo di 877 milioni di euro e vengono acquistati da una platea di 20 milioni di famiglie per il 98% dei casi in un punto vendita della GDO. La conseguenza è che, nella Piana del Sele, in Campania, oggi si contano 7000 ettari di serre, un oceano di plastica in buona parte dedicato a prodotti come le insalate in busta.

GIOVANI AGRICOLTORI: Ad oggi, solo l’11% di tutte le aziende agricole dell’Unione europea è gestito da agricoltori sotto i 40 anni. L’Italia soffre più di altri stati membri del mancato ricambio generazionale: pur essendo il terzo paese per numero di aziende agricole nell’UE, per ogni agricoltore under 35 ce ne sono dieci che over 65.

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Fonte: TerraNuova.it

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