Quando finirà il coronavirus? Sei cose importanti da sapere.

Articolo del 17 Novembre 2020

Un report della società di consulenza ricorda quali sono le battaglie da vincere nei prossimi mesi per sconfiggere definitivamente il Covid-19.

Quando finirà l’incubo? Quanto dovremo ancora aspettare prima di tornare a una vita completamente normale, come quella di prima del febbraio 2020? Alla miriade di contributi, opinioni, articoli, saggi e dichiarazioni della comunità scientifica si è di recente aggiunta un’interessante ricerca di McKinsey (When will the Covid 19 pandemic end), che oltre al dono della sintesi ha l’approccio schematico, pragmatico e diretto della consulenza aziendale. Vediamo i punti fondamentali del report, che naturalmente si basa su analisi scientifiche di diverse fonti.

1. La fine dell’epidemia e l’immunità di gregge

Dal punto di vista epidemiologico, una pandemia finisce quando viene raggiunta l’immunità di gregge. Ovvero quando la fetta della popolazione mondiale immune al contagio diventa così rilevante da evitare la trasmissione in larga scala del virus. L’obiettivo dell’immunità di gregge si può raggiungere in vari modi, uno dei quali è un vaccino efficace e distribuito in larga scala.

2. Il declino della mortalità

C’è però un altro momento (probabilmente in anticipo rispetto all’immunità di gregge) in cui si può tornare a parlare di normalità: quando quasi tutti gli aspetti della vita economica e sociale di un Paese possono riprendere senza il rischio di far impennare il tasso di mortalità. Un obiettivo che, nel caso del coronavirus, si può raggiungere con la vaccinazione delle fasce più deboli della popolazione, con l’incremento di qualità e quantità dei test, con il miglioramento delle terapie per guarire.

Il report di McKinsey sottolinea come in questo secondo caso la “nuova normalità” non sia destinata a essere come quella che conoscevamo prima del virus, ma che potrà gradualmente riportarci a viaggiare in aereo, a riempire i ristoranti, ad accalcarci nei supermercati e così via.

3. Due percorsi legati, ma non in modo lineare

Lo studio sottolinea anche come i due percorsi (immunità di gregge o calo della mortalità per l’efficacia della risposta sanitaria) siano legati, ma non in modo lineare: la fine dell’epidemia coincide comunque con l’immunità di gregge, ma il ritorno alla normalità può essere anticipato in quei Paesi che saranno in grado di combattere il virus in modo efficace dal punto di vista sanitario: con vaccinazioni mirate sugli anziani, test e tracciamenti migliori, nuove terapie più efficaci.

4. L’immunità “naturale”

A prescindere dal vaccino, il report di McKinsey stima che a livello mondiale tra i 90 milioni e i 300 milioni di individui possano essere immuni al Covid-19: questo per semplice immunità naturale, oppure per forme di “cross-immunity” legate all’esposizione nel passato ad altri coronavirus, o ancora per parziali immunizzazioni legate ad altri vaccini (per esempio la somministrazione del bacillo Calmette–Guérin contro la tubercolosi).

5. L’arrivo del vaccino

Il vaccino vero e proprio merita un discorso a parte, perché può rappresentare la chiave per arrivare in tempi relativamente brevi all’immunità di gregge. Tempi quanto brevi? La stima centrale di McKinsey è che l’immunità di gregge venga raggiunta dalla seconda metà del 2021, anche se si potrebbe arrivare anche alla prima metà del 2022. Le variabili sconosciute in gioco sono infatti troppe: non sappiamo quale sarà il grado di efficacia del vaccino, se la produzione e la distribuzione saranno rapide ed efficienti, e nemmeno quale sarà la percentuale di “no vax”.

Dall’inizio della distribuzione del vaccino alle fasce più deboli, McKinsey calcola siano necessari almeno sei mesi per raggiungere l’immunità di gregge. Ma potrebbero essere necessari tempi più lunghi in caso di problemi di sicurezza del vaccino, oppure di breve copertura temporale dell’immunità: il report purtroppo non esclude la possibilità che la fine epidemiologica del Covid-19 arrivi solo nel 2023, anche nei Paesi sviluppati dotati di sistemi sanitari avanzati. Nel Terzo mondo o tra popolazioni che rifiutano il vaccino è possibile che “sacche” di Covid-19 restino molto più a lungo, diventando potenzialmente endemiche.

6. Il Covid resterà tra noi, ma senza farci più paura

Nel mondo occidentale presto o tardi arriverà il giorno in cui il Covid-19 non farà più paura. Anche se resterà tra noi a lungo, probabilmente mutando come è accaduto al micidiale H1N1 della “Spagnola”, il coronavirus che un secolo fa uccise tra 50 e 100 milioni di persone in due anni e che – come afferma Ann Reid, direttore del National Center for Science Education statunitense – è il progenitore delle influenze invernali di oggi.

Come ricorda Nükhet Varlik, docente di Storia all’Università del South Carolina, l’unica malattia completamente debellata attraverso un vaccino è stato il vaiolo. Le campagne di vaccinazione di massa condotte dall’Organizzazione Mondiale della Sanità negli anni Sessanta e Settanta sono riuscite a cancellare un virus incurabile che uccideva fino al 30% dei contagiati sfigurando i sopravvissuti. Ma quello del vaiolo è un caso unico.

Nonostante sforzi altrettanto colossali condotti a partire dalla metà degli anni Cinquanta la malaria, per esempio, continua ad affliggere i Paesi più poveri: nel 2018 ha ucciso oltre 400mila persone. Tubercolosi e lebbra sono piaghe vecchie di migliaia di anni, ma l’uomo non è ancora riuscito a vincerle. Ebola è comparsa nel 1973 e il primo vaccino è stato approvato l’anno scorso, quasi mezzo secolo dopo. Per l’Hiv e l’Aids, individuati a inizio anni Ottanta, non esiste ancora un vaccino. Ma per il Covid-19 gli sforzi della ricerca mondiale sono stati imponenti come mai in passato, e i motivi per essere ottimisti non mancano.

 

Fonte: 24+ de IlSole24Ore

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