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	<title>Green Archivi - Previdir</title>
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	<title>Green Archivi - Previdir</title>
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		<title>Terapia forestale: la rivoluzione del Forest Bathing</title>
		<link>https://www.previdir.it/terapia-forestale-la-rivoluzione-del-forest-bathing/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Cerina]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2026 08:19:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Green]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Negli ultimi anni sta emergendo una nuova prospettiva sul benessere: la natura, e in particolare il bosco, viene sempre più riconosciuta come un elemento centrale nella prevenzione e nel mantenimento della salute. Camminare lentamente su un terreno ricoperto di foglie, respirare l’aria umida dopo la pioggia, ascoltare il silenzio vivo del bosco: tutto questo non  [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi anni sta emergendo una nuova prospettiva sul benessere: la natura, e in particolare il bosco, viene sempre più riconosciuta come un elemento centrale nella prevenzione e nel mantenimento della salute.</p>
<p>Camminare lentamente su un terreno ricoperto di foglie, respirare l’aria umida dopo la pioggia, ascoltare il silenzio vivo del bosco: tutto questo non è semplicemente un’esperienza piacevole, ma un vero e proprio processo rigenerativo. Il contatto con l’ambiente forestale è oggi considerato un pilastro del benessere, capace di agire su corpo e mente.</p>
<p>In questo contesto si inserisce il concetto di Shinrin-yoku, ovvero “<strong>immersione nella foresta</strong>”: una pratica che consiste nel vivere il bosco in modo consapevole, attraverso i sensi, con l’obiettivo di favorire uno stato di equilibrio psicofisico. Non si tratta di attività sportiva, ma di un’esperienza lenta e intenzionale, in cui l’attenzione è rivolta alla presenza e alla percezione.</p>
<p>Uno degli elementi chiave di questa pratica sono i fitoncidi, sostanze volatili rilasciate dalle piante come meccanismo di difesa naturale. Quando vengono inalate, queste molecole contribuiscono a stimolare il sistema immunitario, favorendo la produzione di cellule utili alla protezione dell’organismo. Allo stesso tempo, agiscono sulla riduzione dello stress, abbassando i livelli di cortisolo e favorendo uno stato di rilassamento profondo.</p>
<h4>Forest Bathing e Terapia Forestale: le differenze</h4>
<p>È importante distinguere tra due approcci spesso confusi: Forest Bathing e Terapia Forestale.</p>
<p>Il <strong>Forest Bathing</strong> è una pratica di benessere accessibile a tutti, che può essere svolta in autonomia o con il supporto di facilitatori. Si basa sull’immersione consapevole nell’ambiente naturale, con l’obiettivo di ristabilire una connessione profonda con ciò che ci circonda. I sensi diventano strumenti di esplorazione: si osservano i giochi di luce tra le foglie, si ascoltano i suoni del bosco, si percepiscono gli odori e le consistenze dell’ambiente.</p>
<p>Non esiste una meta da raggiungere né una performance da ottenere: ciò che conta è l’esperienza. La lentezza, la respirazione e la presenza sono gli elementi fondamentali di questa pratica, che favorisce il rilassamento, migliora l’umore e contribuisce al recupero mentale.</p>
<p>La<strong> Terapia Forestale</strong>, invece, rappresenta un approccio più strutturato. Si tratta di un insieme di pratiche guidate, organizzate secondo metodologie specifiche, in cui l’ambiente naturale diventa parte integrante del processo di benessere. Le attività sono progettate per stimolare il rilassamento, la consapevolezza e il riequilibrio emotivo, attraverso esercizi mirati e una relazione più profonda con l’ecosistema.</p>
<p>In questo caso, il bosco non è solo uno sfondo, ma un elemento attivo che contribuisce al percorso di rigenerazione, coinvolgendo dimensioni fisiche, psicologiche ed emotive.</p>
<h4>Benefici e conferme scientifiche</h4>
<p>Le evidenze scientifiche degli ultimi anni confermano ciò che molte culture intuivano da tempo: il contatto con la natura ha effetti concreti sulla salute.</p>
<p>L’esposizione agli ambienti forestali è associata a:</p>
<ul>
<li>riduzione dello stress e dei livelli di cortisolo</li>
<li>miglioramento dell’umore e delle funzioni cognitive</li>
<li>rafforzamento del sistema immunitario</li>
<li>maggiore capacità di recupero mentale</li>
</ul>
<p>Alcuni studi evidenziano come l’inalazione dei composti rilasciati dalle piante possa aumentare l’attività delle cellule coinvolte nella difesa dell’organismo, con effetti che si protraggono nel tempo. Altri lavori mostrano benefici significativi sul piano psicologico, con una riduzione di ansia, affaticamento e stati depressivi.</p>
<p>Inoltre, pratiche dinamiche, come la camminata lenta in ambiente naturale, sembrano essere particolarmente efficaci nel migliorare il benessere generale, soprattutto se svolte con continuità e per una durata adeguata.</p>
<h4>Le prescrizioni verdi e il futuro della prevenzione</h4>
<p>Alla luce di queste evidenze, si sta affermando un nuovo approccio alla salute basato sul contatto con la natura: le cosiddette “prescrizioni verdi”. Si tratta di interventi che promuovono attività all’aperto come strumento di prevenzione e supporto, soprattutto per patologie legate allo stile di vita e allo stress. Queste pratiche rappresentano un’alternativa complementare ai trattamenti tradizionali, con l’obiettivo di migliorare il benessere senza ricorrere esclusivamente a soluzioni farmacologiche.</p>
<p>Parallelamente, cresce l’interesse verso le terapie basate sulla natura, che integrano competenze diverse e mirano a sviluppare un approccio più ampio e sostenibile alla salute.</p>
<h4>Verso un modello integrato</h4>
<p>Per rendere queste pratiche più diffuse ed efficaci, è necessario sviluppare un sistema organizzato che identifichi ambienti idonei, definisca standard di qualità e coinvolga figure professionali adeguate. Diventa quindi fondamentale rispondere ad alcune domande: quali caratteristiche deve avere un ambiente naturale per essere adatto a queste attività? Come garantire sicurezza e accessibilità? Quali competenze sono necessarie per accompagnare le persone in questi percorsi?</p>
<p>La costruzione di una rete strutturata rappresenta un passo decisivo per integrare la natura nei modelli di prevenzione e promozione della salute, con benefici non solo individuali, ma anche collettivi e ambientali. In prospettiva, si delinea un cambiamento culturale profondo: passare da una visione della natura come semplice risorsa a una relazione più equilibrata e consapevole. Un ritorno a un ritmo più lento, in cui il benessere nasce anche dalla capacità di ascoltare e vivere l’ambiente che ci circonda.</p>
<p>Per approfondimenti: <strong><a href="https://rewriters.it/la-rivoluzione-della-terapia-forestale-e-del-forest-bathing/" target="_blank" rel="noopener">REWRITERS</a></strong></p>
<p><a href="https://www.previdir.it/news/" target="_blank" rel="noopener">LEGGI TUTTE LE ALTRE NEWS</a></p>
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		<item>
		<title>Ecodesign: progettare il futuro senza sprechi</title>
		<link>https://www.previdir.it/ecodesign-progettare-il-futuro-senza-sprechi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Cerina]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Mar 2026 08:35:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Green]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un’epoca in cui le sfide ambientali richiedono nuovi modelli di sviluppo, l’ecodesign emerge come un approccio capace di coniugare innovazione, sostenibilità e visione sistemica. Non si tratta solo di ridurre l’impatto ambientale, ma di ripensare radicalmente il modo in cui si progettano prodotti, servizi e sistemi, ispirandosi ai meccanismi della natura, dove nulla si  [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In un’epoca in cui le sfide ambientali richiedono nuovi modelli di sviluppo, l’<strong>ecodesign</strong> emerge come un approccio capace di coniugare innovazione, sostenibilità e visione sistemica. Non si tratta solo di ridurre l’impatto ambientale, ma di ripensare radicalmente il modo in cui si progettano prodotti, servizi e sistemi, ispirandosi ai meccanismi della natura, dove nulla si spreca e tutto si trasforma.</p>
<p>Per lungo tempo la <strong>sostenibilità</strong> è stata interpretata come una strategia difensiva: ridurre consumi, limitare i danni, compensare gli effetti negativi. Ma i sistemi naturali funzionano in modo diverso. In natura non esistono scarti inutili: ogni elemento rientra in un ciclo continuo di trasformazione, in cui ciò che termina diventa risorsa per qualcosa di nuovo.</p>
<p>Da questa prospettiva nasce un cambio di paradigma: passare da un modello lineare, basato su produzione-consumo-scarto, a un modello rigenerativo, in cui i processi sono progettati per generare valore continuo. L’ecodesign si inserisce in questa logica, proponendo un approccio progettuale che considera ogni scelta – materiali, energia, processi – come parte di un sistema più ampio e interconnesso.</p>
<p>Alla base c’è il <strong>pensiero sistemico</strong>, che invita a osservare le relazioni tra gli elementi piuttosto che i singoli componenti isolati. In questa visione, i processi produttivi possono diventare cicli chiusi, dove gli scarti di un’attività alimentano un’altra, riducendo sprechi e creando nuove opportunità. L’utilizzo di risorse locali, la cooperazione tra attori diversi e la creazione di valore condiviso diventano elementi centrali di questo modello.</p>
<p>Questo approccio rappresenta un’evoluzione anche rispetto ai modelli circolari più diffusi. Non si limita a recuperare e riutilizzare materiali, ma mira a progettare sistemi capaci di rigenerarsi autonomamente, proprio come avviene negli ecosistemi naturali. In questo contesto, ciò che tradizionalmente viene considerato rifiuto può diventare una risorsa strategica, generando nuovi cicli produttivi e nuove economie.</p>
<p>L’ecodesign non è solo una pratica tecnica, ma anche un cambio culturale. Significa adottare uno sguardo più ampio e consapevole, capace di cogliere le connessioni tra ambiente, economia e società. Progettare in modo ecologico implica integrare funzionalità, estetica e responsabilità, creando soluzioni che migliorano la qualità della vita senza compromettere le risorse future.</p>
<p>Anche il concetto stesso di “rifiuto” viene messo in discussione. In un sistema ben progettato, ogni output può diventare input per un nuovo processo. Le città, le imprese e le comunità possono essere ripensate come ecosistemi dinamici, in cui energia, materiali e relazioni circolano in modo efficiente e armonico.</p>
<p>Il passaggio da una sostenibilità “difensiva” a una <strong>sostenibilità “generativa”</strong> segna un punto di svolta: non si tratta più solo di ridurre l’impatto, ma di creare sistemi capaci di restituire valore all’ambiente e alla società. In questo senso, l’ecodesign rappresenta una delle chiavi per affrontare le sfide contemporanee, unendo innovazione, responsabilità e visione a lungo termine.</p>
<p>Ripensare i modelli produttivi significa, in definitiva, ripensare il nostro modo di interpretare la realtà: non più come un insieme di risorse da sfruttare, ma come un sistema complesso di relazioni da comprendere e valorizzare. È in questa direzione che si costruisce un futuro capace non solo di sostenersi, ma di rigenerarsi continuamente.</p>
<p>Per approfondimenti: <strong><a href="https://www.scienzaeconoscenza.it/blog/consapevolezza/ecodesign-la-nuova-arte-del-vivere-senza-scarti" target="_blank" rel="noopener">SCIENZAECONOSCENZA</a></strong></p>
<p><a href="https://www.previdir.it/news/" target="_blank" rel="noopener">LEGGI TUTTE LE ALTRE NEWS</a></p>
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		<title>Il Belgio sta costruendo dune artificiali per proteggersi dall’innalzamento dei mari</title>
		<link>https://www.previdir.it/il-belgio-sta-costruendo-dune-artificiali-per-proteggersi-dallinnalzamento-dei-mari/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Cerina]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Mar 2026 08:55:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Green]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In alcuni villaggi costieri del nord del Belgio negli ultimi anni sono sorte dune artificiali lunghe centinaia di metri. Il governo ha infatti finanziato la sperimentazione di nuovi sistemi di protezione del territorio dalle mareggiate e dall’innalzamento dei mari, due dei problemi con cui il paese sta facendo sempre più i conti per effetto diretto dei cambiamenti climatici. Dal tempo il  [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In alcuni villaggi costieri del nord del Belgio negli ultimi anni sono sorte dune artificiali lunghe centinaia di metri. Il governo ha infatti finanziato la sperimentazione di nuovi sistemi di protezione del territorio dalle mareggiate e dall’innalzamento dei mari, due dei problemi con cui il paese sta facendo sempre più i conti per effetto diretto dei cambiamenti climatici.</p>
<p>Dal tempo il Belgio è impegnato in diversi <strong>progetti di tutela e protezione delle sue aree costiere</strong> e la priorità è stata data a infrastrutture le più naturali possibili, proprio come le dune artificiali. Partendo da una base di reticoli, vegetazione e sabbia dragata dal mare, queste nel corso del tempo si sono ingrandite in modo naturale per effetto dei venti e delle mareggiate e hanno dimostrato di poter funzionare. Tanto che anche altri paesi si stanno muovendo per lanciare la stessa sperimentazione.</p>
<h4>L’innalzamento dei mari in Belgio</h4>
<p>Dagli anni Cinquanta a oggi il livello del mare a Ostenda, località costiera del nord del Belgio, è salito di circa 20 centimetri. Questa crescita è accelerata negli ultimi dieci anni, con un innalzamento che a partire dal 2015 è stato di circa 5 millimetri all’anno, un valore più alto della media globale.</p>
<h4>Le inondazioni in Germania e Belgio sono dipese dai cambiamenti climatici</h4>
<p>Il Belgio è una dei territori più a rischio per gli effetti dei cambiamenti climatici. Da una parte il riscaldamento globale porta a un innalzamento del livello dei mari e a un aumento di frequenza e di forza delle mareggiate, dall’altra porzioni di territorio stanno sprofondando sotto il livello dei mari a causa delle erosioni causate dalle piogge acide e dall’attività mineraria – la cosiddetta subsidenza. Questo aumenta la vulnerabilità del paese di fronte all’innalzamento del livello dei mari.</p>
<p>Nel 2011 il governo della parte fiamminga del paese ha presentato un piano di protezione delle sue coste dalle inondazioni. Strutture come dighe e barriere sono in parte già presenti, ma le autorità hanno deciso di rinforzare queste strutture e di crearne di nuove cercando quanto più possibile di rispettare la natura. Da qui è si è sviluppata l’idea di creare dune artificiali.</p>
<h4>Il progetto delle dune-diga</h4>
<p>Il nome più tecnico è dune-diga. Si tratta di “un approccio ibrido, basato sulla natura, che combina dune naturali con dighe artificiali per offrire una protezione costiera resiliente, adattabile e sostenibile”, come sottolinea DuneFront, il progetto di ricerca che assieme a Living Labs sta sviluppando soluzioni ibride per la protezione costiera del Belgio.</p>
<p>La sperimentazione è stata avviata in quattro località: Raversijde, Knokke-Heist, Spinoladijk e Middelkerke. I progetti sono stati lanciati tra il 2021 e il 2023 e prevedono la costruzione di reticolati di rami di salice ed erba che vengono riempiti di sabbia dragata al largo delle coste e che proprio grazia al legno e alla vegetazione viene trattenuta. Sul sito delle dune sono poi state piantate alcune specie vegetali, utili per intrappolare nuova sabbia portata dal vento e dalle onde che si infrangono sulle dune durante le mareggiate. Un rapporto del governo fiammingo ha sottolineato che nei quattro siti si è verificato un consistente accumulo di sabbia già nel primo anno di vita delle dune, che hanno già raggiunto altezze fino a oltre due metri e mezzo.</p>
<p>Come sottolinea il magazine Mongabay, in questi anni sulle dune-diga artificiali si è creata una grande biodiversità. Sono spuntate specie vegetali come il ravanello marino, il grano saraceno e l’avena delle sabbie, mentre a livello animali sono comparsi insetti come le cavallette dalle ali blu, i coleotteri tigre delle dune e le farfalle temolo. Presto potrebbero anche arrivare specie di uccelli.</p>
<h4>Prospettive future</h4>
<p>La sperimentazione in corso in Belgio potrebbe presto essere estesa ad altre località. Allo stesso tempo necessita di alcuni accorgimenti, dal momento che il dragaggio delle sabbia al largo della costa presenta alcune criticità andando a modificare l’ecosistema e privando il mare poco profondo del paese di quella sabbia che potrebbe contribuire a rallentare l’innalzamento dei mari. In ogni caso le dune-diga al momento hanno mostrato di essere un modello positivo, soprattutto durante la tempesta Benjamin che ha colpito le coste belghe in autunno.</p>
<p>Non è un caso allora che anche altri paesi europei abbiano deciso di replicare la sperimentazione. DuneFront sta progettando nuovi sistemi per Dunkerque, in Francia, e per Zandmotor, nei Paesi Bassi, ma manifestazioni di interesse sono arrivate anche da Germania, Portogallo, Svezia e Danimarca.</p>
<p>Per approfondimenti: <strong><a href="https://www.lifegate.it/belgio-dune-diga" target="_blank" rel="noopener">LIFEGATE</a></strong></p>
<p><a href="https://www.previdir.it/news/" target="_blank" rel="noopener">LEGGI TUTTE LE ALTRE NEWS</a></p>
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		<item>
		<title>Il crollo del Ghiacciaio Birch: una catastrofe annunciata</title>
		<link>https://www.previdir.it/il-crollo-del-ghiacciaio-birch-una-catastrofe-annunciata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Cerina]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Aug 2025 12:15:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Green]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel pomeriggio del 28 maggio 2025, una vasta porzione del Ghiacciaio Birch, situato nella Lötschental nel Canton Vallese (Svizzera), è collassata sotto il peso di milioni di tonnellate di roccia e fango, travolgendo il villaggio alpino di Blatten, che si trovava a 1.540 metri di altitudine. L’evento ha generato un segnale sismico di magnitudo 3,1.  [...]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel pomeriggio del 28 maggio 2025, una vasta porzione del Ghiacciaio Birch, situato nella Lötschental nel Canton Vallese (Svizzera), è collassata sotto il peso di milioni di tonnellate di roccia e fango, travolgendo il villaggio alpino di Blatten, che si trovava a 1.540 metri di altitudine. L’evento ha generato un segnale sismico di magnitudo 3,1. Fortunatamente, grazie all&#8217;evacuazione preventiva avvenuta il 19 maggio, circa 300 residenti sono riusciti a mettersi in salvo, sebbene una persona risulti ancora dispersa. Il collasso ha cancellato circa l’85–90 % del villaggio, trascinandosi dietro case storiche, strade e ogni traccia della comunità.</p>
<h4>Cause e dinamiche geologiche</h4>
<p>Il crollo è stato innescato da frane rocciose provenienti dal Kleines Nesthorn, il cui accumulo sul ghiacciaio ha aggravato la pressione sull’icea e indebolito la sua stabilità. Il permafrost in fusione, insieme all’acqua di fusione interna al ghiacciaio, ha ridotto la coesione del substrato roccioso, favorendo frane e cedimenti improvvisi. Il fronte del ghiacciaio aveva mostrato movimenti anomali: si era spostato fino a 10 m al giorno, con accumulo di detriti che ne ostacolavano lo scioglimento superficiale e ne modificavano la dinamica.</p>
<p>Gli studiosi dell’ETH e del WSL ritengono che il crollo sia senza precedenti nelle Alpi svizzere, anche se è ancora in corso l’analisi dei legami tra scenario climatico e instabilità geologica.</p>
<h4>Le conseguenze sul territorio e sulla comunità</h4>
<p>Il crollo ha ostruito il corso del fiume Lonza, causando la formazione di un lago naturale potenzialmente pericoloso, monitorato continuamente dalle autorità. Il declino dei ghiacciai alpini, quale quello del Rhone—oggi pieno di cavità simili al formaggio svizzero—e del Birch, rappresenta un pericolo non solo per le comunità locali, ma anche per l’approvvigionamento idrico, l’agricoltura e la produzione di energia idroelettrica. A livello globale, l’evento ha acceso i riflettori sulla crescente instabilità dei paesaggi glaciali e sulla necessità di sistemi di monitoraggio e early-warning per le zone montane densamente popolate</p>
<h4>Resilienza, interventi e prospettive future</h4>
<p>Il sindaco di Blatten e la comunità hanno espresso determinazione a ricostruire, affermando che un nuovo villaggio &#8220;sarà completato entro il 2029&#8221;, più sicuro e adattato alle nuove condizioni geologiche. Sul piano psicologico, un team di psicologi d’emergenza è intervenuto sul territorio per supportare la popolazione sfollata, offrendo assistenza emotiva e promuovendo percorsi di elaborazione del trauma. Associazioni come Legambiente hanno definito l’evento un campanello d’allarme per tutte le Alpi, auspicando politiche condivise di mitigazione del rischio, governance europea dei ghiacciai, campagne di monitoraggio e informazione, come la Carovana dei Ghiacciai. L’ONU e altre istituzioni internazionali sottolineano l’importanza di prepararsi per scenari simili in regioni fragili come l’Himalaya, rafforzando la cooperazione, la ricerca e i sistemi di sorveglianza glaciali.</p>
<h4>Conclusione</h4>
<p>Il crollo del Ghiacciaio Birch e la quasi totale cancellazione di Blatten rappresentano una delle più drammatiche manifestazioni degli effetti del cambiamento climatico sulle montagne. Al contempo, la risposta tempestiva e organizzata ha dimostrato che monitoraggio, evacuazione preventiva e resilienza comunitaria possono davvero fare la differenza.</p>
<p>Questa tragedia impone una riflessione urgente sul futuro delle aree alpine e delle comunità montane: un futuro che dovrà confrontarsi con reali e crescenti rivoluzioni geologiche, climatiche e sociali.</p>
<p>Per approfondimenti: <strong><a href="https://www.lifegate.it/crollo-ghiacciaio-birch" target="_blank" rel="noopener">LIFEGATE</a></strong></p>
<p><a href="https://www.previdir.it/news/" target="_blank" rel="noopener">LEGGI TUTTE LE ALTRE NEWS</a></p>
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		<title>I problemi della montagna che cambia e come adeguarci</title>
		<link>https://www.previdir.it/i-problemi-della-montagna-che-cambia-e-come-adeguarci-4/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elisabetta Mirabella]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Jul 2023 06:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Green]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I mutamenti climatici comportano un aumento dei pericoli in alta montagna, e al contempo aumentano anche le persone che la frequentano. Diventa quindi sempre più importante prepararsi in modo adeguato. Il crollo di parte del ghiacciaio della Marmolada, ma anche l'interruzione da parte delle guide alpine locali di itinerari su montagne come il Cervino o  [...]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>I mutamenti climatici comportano un aumento dei pericoli in alta montagna, e al contempo aumentano anche le persone che la frequentano. Diventa quindi sempre più importante prepararsi in modo adeguato.</p>
<p>Il crollo di parte del ghiacciaio della Marmolada, ma anche l&#8217;interruzione da parte delle guide alpine locali di itinerari su montagne come il Cervino o il Monte Bianco sono un segno che le Alpi stanno cambiando rapidamente, e con essa i pericoli collegati alle attività di montagna in generale, dalla <em>mountain-bike</em>, all&#8217;alpinismo.</p>
<p>L&#8217;ambiente montano sta subendo cambiamenti a una velocità che non ha precedenti nella storia umana. Le montagne sono particolarmente sensibili, poiché qui i cambiamenti sono spesso amplificati e gli estremi meteorologici, che sono sempre stati critici ad alta quota, sono ulteriormente esacerbati.</p>
<p>&#8220;Cambi repentini di pressione, inverni sempre più miti, fenomeni meteorologici più violenti ed estremi, come la tempesta Vaia del 2018, rendono l&#8217;ambiente montano più fragile e di conseguenza più insidioso per chi lo frequenta occasionalmente o lo vive nella quotidianità&#8221;, dice Maurizio Dellantonio, presidente nazionale del Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico.</p>
<p>&#8220;Lo scenario [ambientale] che si sta presentando è impressionante e impone a chi va in montagna di tenerne conto&#8221;, argomenta Antonio Montani, presidente del Club alpino italiano. Per la montagna, la scienza indica che stiamo andando verso scenari catastrofici e &#8220;non abbiamo ancora chiaro come andrà a finire&#8221;.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter" src="https://www.gelestatic.it/thimg/-yv8foPgs6-xEXJQJetXGTB1xPE=/390x0/smart/https://www.lescienze.it/images/2023/07/14/182008007-ebbf14bc-3dd6-4b2e-85fe-71625e4fed9d.jpg" width="671" height="308" /></p>
<h5 style="text-align: center;">Il ghiacciaio di Punta Rocca sulla Marmolada che nel luglio del 2022 è crollato vicino a Canazei, facendo diverse vittime.</h5>
<p>Analisi specifiche sulle attività di montagna sono rari. A titolo di esempio però, in <a href="https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/04353676.2022.2064651">uno studio</a> sull&#8217;iconica guida dell&#8217;alpinista Gaston Rébuffat, <em>Il massiccio del Monte Bianco: le 100 vie più belle</em> (1973), gli autori hanno identificato 25 processi naturali legati al cambiamento climatico che interessano gli itinerari alpinistici del massiccio del Monte Bianco. Di questi, il 36 per cento è diventato più pericoloso e non è percorribile in alcuni periodi dell&#8217;anno, in particolare in estate a seguito alle ondate di calore, sempre più frequenti. Il 27 per cento invece non è proprio più percorribile in estate, perché comportano una pericolosità eccessiva. Infine, il tre per cento degli itinerari è già scomparso a causa del ritiro dei ghiacciai o della caduta di massi. Un esempio tra tutti è il famoso pilastro Bonatti, sulla parete Ovest del Drus (3754 metri sul livello del mare), che è scomparso nel 2005 a causa di un imponente crollo di roccia.</p>
<p>Spiega Matthias Huss, glaciologo al Politecnico di Zurigo: &#8220;Per gli sport di montagna in generale, i cambiamenti nel paesaggio pongono nuove sfide importanti. Le alterazioni maggiori riguardano le condizioni di innevamento che determinano quali attività possono essere svolte in quale periodo dell&#8217;anno. Talvolta determinano addirittura l&#8217;esclusione di alcune attività. Per quanto riguarda i pericoli, il disgelo del permafrost comporta un aumento della caduta di massi e quindi alcuni percorsi possono diventare impraticabili in certi periodi. Il ritiro dei ghiacciai cambia completamente la forma delle valli alpine e rende l&#8217;accesso ad alcuni luoghi molto più scomodo, o impossibile. Inoltre, con l&#8217;estremo scioglimento di neve e ghiaccio aumenta il rischio di incappare in crepacci.&#8221;</p>
<p>Già da questo si comprende come, malgrado si possa associare la montagna a immagini di rocce, pascoli, o nevai, un fattore importante per le montagne è il cambiamento dei diversi stati fisici dell&#8217;acqua: la neve è abbondante nelle montagne e il cambiamento climatico induce una minore durata del manto nevoso con conseguenti impatti sull&#8217;idrologia, e su tutto ciò che in qualche modo è collegato all&#8217;acqua.</p>
<p>Spiega infatti Guido Nigrelli, ricercatore dell&#8217;Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR-IRPI), che: &#8220;Se la temperatura è superiore a 0 °C sopra circa 3000 metri di altitudine, si avviano processi di degradazione del permafrost e dei ghiacciai. Se pensiamo a questi ultimi, il ghiaccio fuso può penetrare tra la roccia e la base del ghiacciaio, fluidificandone il contatto e determinando scivolamenti o perfino crolli di porzioni dei ghiacciai. Se pensiamo invece a versanti o ad ammassi rocciosi più o meno fratturati, la fusione del ghiaccio, cioè del collante che tiene insieme rocce e detrito, può esporre questi a processi come i crolli di roccia.&#8221; Un pericolo meno evidente, ma non meno minaccioso.</p>
<p>Il cambiamento climatico non significa però che le Alpi stiano diventando un territorio insidioso in cui non è più possibile svolgere alcuna attività. Certi percorsi diventeranno impraticabili, ma altre cime saranno perfino più facili da raggiungere: quella che prima era una salita pericolosa su un ghiacciaio percorso da infidi crepacci potrebbe diventare una passeggiata. Una via di arrampicata a bassa quota con buona roccia rimarrà la stessa, anche se potrebbe essere troppo caldo per arrampicare per molti giorni. È dunque anche importante notare che non tutto è dovuto al cambiamento climatico e che non tutto sta crollando.</p>
<p>Molte volte siamo noi a metterci in pericolo, anzi: &#8220;La costante crescita degli interventi che il Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico svolge ci comunica che il principale pericolo non deriva dall’ambiente, quanto dall’inadeguata preparazione di coloro che frequentano la montagna: da sempre ci sono sentieri e percorsi più impervi di altri, oggi però ci sono più frequentatori non adeguatamente preparati ed equipaggiati che li frequentano&#8221;, spiega Dellantonio.</p>
<p>Volendo si potrebbe dire che c&#8217;è una precipitazione di eventi: i pericoli aumentano in alcuni luoghi e diventano più imprevedibili in generale, richiedendo quindi una maggiore esperienza, e un&#8217;esperienza adattata alla nuova situazione per giudicare se una gita in montagna è fattibile o meno. Ma nello stesso tempo aumenta una fruizione, non sufficientemente preparata, della montagna.</p>
<p>Si osserva un &#8220;aumento smisurato della frequentazione delle terre alte&#8221; un po&#8217; come riflesso della fase post pandemica, un po&#8217; per fuggire dalle pianure che nei mesi estivi diventano insopportabili per il caldo, conferma Dellantonio.</p>
<p>E mentre più persone si spingono sempre più in alto, è proprio l&#8217;alta montagna a risentire maggiormente del cambiamento climatico, cioè le regioni al di sopra dei 2500 metri circa delle Alpi, dice Huss.</p>
<p>&#8220;Nei prossimi decenni la temperatura media annua aumenterà di oltre 1,5 °C. Verso il 2050 molti ghiacciai alpini saranno estinti perché gli ambienti glaciali e periglaciali rispondono rapidamente a questi cambiamenti. Allo stesso tempo aumenterà la frequentazione anche dove non è ancora presente una sentieristica. E aumenteranno le frane, i danni alle attività antropiche, e i costi per la messa in sicurezza delle infrastrutture. I dati dicono già questo&#8221;, osserva Nigrelli.</p>
<p>E dunque quali forme di adattamento adottare, per chi frequenta l&#8217;alta montagna? Nigrelli spiega che è fondamentale &#8220;consultare le previsioni meteorologiche, ma non basta più: è necessario acquisire informazioni sulle condizioni del tempo dei giorni precedenti (almeno dieci) e in particolar modo conoscere la quota dello zero termico, conoscere le temperature minime e massime giornaliere, sapere se è piovuto o grandinato in quota, sapere se ci sono stati episodi di vento caldo, parlare con guide locali e gestori di rifugi per sapere se hanno osservato qualche segnale di possibile instabilità naturale&#8221;. Bisognerebbe insomma fare corsi di aggiornamento, e introdurre queste nozioni in ogni corso di alpinismo, guida di escursionismo, guide per chi fa <em>mountain-bike</em>, ferrate e così via.</p>
<p>&#8220;La cosa da tenere a mente è che la montagna, per sua natura, non può e non sarà mai esente da rischi. È dovere di tutti e nell’interesse di ciascuno scegliere le attività e gli itinerari secondo le proprie capacità fisiche e tecniche, e con una giusta attrezzatura&#8221;, conclude Dellantonio. Serve insomma una maggiore e rinnovata preparazione, sottolinea infine Montani. Andare in montagna si può, anzi è raccomandabile per il nostro benessere, ma servono nuove conoscenze e una maggiore consapevolezza che l&#8217;ambiente alpino sta rapidamente cambiando.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fonte: <a href="https://www.lescienze.it/news/2023/07/17/news/clima_cambia_montagna_ambiente_aumento_pericoli_adattamento-12683852/" target="_blank" rel="noopener">Le Scienze</a></p>
<p><a href="https://www.previdir.it/news/" target="_blank" rel="noopener">LEGGI TUTTE LE ALTRE NEWS</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.previdir.it/i-problemi-della-montagna-che-cambia-e-come-adeguarci-4/">I problemi della montagna che cambia e come adeguarci</a> proviene da <a href="https://www.previdir.it">Previdir</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>I problemi della montagna che cambia e come adeguarci</title>
		<link>https://www.previdir.it/i-problemi-della-montagna-che-cambia-e-come-adeguarci-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elisabetta Mirabella]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Jul 2023 06:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Green]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I mutamenti climatici comportano un aumento dei pericoli in alta montagna, e al contempo aumentano anche le persone che la frequentano. Diventa quindi sempre più importante prepararsi in modo adeguato. Il crollo di parte del ghiacciaio della Marmolada, ma anche l'interruzione da parte delle guide alpine locali di itinerari su montagne come il Cervino o  [...]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.previdir.it/i-problemi-della-montagna-che-cambia-e-come-adeguarci-2/">I problemi della montagna che cambia e come adeguarci</a> proviene da <a href="https://www.previdir.it">Previdir</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>I mutamenti climatici comportano un aumento dei pericoli in alta montagna, e al contempo aumentano anche le persone che la frequentano. Diventa quindi sempre più importante prepararsi in modo adeguato.</p>
<p>Il crollo di parte del ghiacciaio della Marmolada, ma anche l&#8217;interruzione da parte delle guide alpine locali di itinerari su montagne come il Cervino o il Monte Bianco sono un segno che le Alpi stanno cambiando rapidamente, e con essa i pericoli collegati alle attività di montagna in generale, dalla <em>mountain-bike</em>, all&#8217;alpinismo.</p>
<p>L&#8217;ambiente montano sta subendo cambiamenti a una velocità che non ha precedenti nella storia umana. Le montagne sono particolarmente sensibili, poiché qui i cambiamenti sono spesso amplificati e gli estremi meteorologici, che sono sempre stati critici ad alta quota, sono ulteriormente esacerbati.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://www.gelestatic.it/thimg/-yv8foPgs6-xEXJQJetXGTB1xPE=/390x0/smart/https://www.lescienze.it/images/2023/07/14/182008007-ebbf14bc-3dd6-4b2e-85fe-71625e4fed9d.jpg" width="573" height="263" /></p>
<h5 id="adv-Bottom" style="text-align: center;">Il ghiacciaio di Punta Rocca sulla Marmolada che nel luglio del 2022 è crollato vicino a Canazei, facendo diverse vittime.</h5>
<p>&#8220;Cambi repentini di pressione, inverni sempre più miti, fenomeni meteorologici più violenti ed estremi, come la tempesta Vaia del 2018, rendono l&#8217;ambiente montano più fragile e di conseguenza più insidioso per chi lo frequenta occasionalmente o lo vive nella quotidianità&#8221;, dice Maurizio Dellantonio, presidente nazionale del Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico.</p>
<p>&#8220;Lo scenario [ambientale] che si sta presentando è impressionante e impone a chi va in montagna di tenerne conto&#8221;, argomenta Antonio Montani, presidente del Club alpino italiano. Per la montagna, la scienza indica che stiamo andando verso scenari catastrofici e &#8220;non abbiamo ancora chiaro come andrà a finire&#8221;.</p>
<p>Analisi specifiche sulle attività di montagna sono rari. A titolo di esempio però, in <a href="https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/04353676.2022.2064651">uno studio</a> sull&#8217;iconica guida dell&#8217;alpinista Gaston Rébuffat, <em>Il massiccio del Monte Bianco: le 100 vie più belle</em> (1973), gli autori hanno identificato 25 processi naturali legati al cambiamento climatico che interessano gli itinerari alpinistici del massiccio del Monte Bianco. Di questi, il 36 per cento è diventato più pericoloso e non è percorribile in alcuni periodi dell&#8217;anno, in particolare in estate a seguito alle ondate di calore, sempre più frequenti. Il 27 per cento invece non è proprio più percorribile in estate, perché comportano una pericolosità eccessiva. Infine, il tre per cento degli itinerari è già scomparso a causa del ritiro dei ghiacciai o della caduta di massi. Un esempio tra tutti è il famoso pilastro Bonatti, sulla parete Ovest del Drus (3754 metri sul livello del mare), che è scomparso nel 2005 a causa di un imponente crollo di roccia.</p>
<p>Spiega Matthias Huss, glaciologo al Politecnico di Zurigo: &#8220;Per gli sport di montagna in generale, i cambiamenti nel paesaggio pongono nuove sfide importanti. Le alterazioni maggiori riguardano le condizioni di innevamento che determinano quali attività possono essere svolte in quale periodo dell&#8217;anno. Talvolta determinano addirittura l&#8217;esclusione di alcune attività. Per quanto riguarda i pericoli, il disgelo del permafrost comporta un aumento della caduta di massi e quindi alcuni percorsi possono diventare impraticabili in certi periodi. Il ritiro dei ghiacciai cambia completamente la forma delle valli alpine e rende l&#8217;accesso ad alcuni luoghi molto più scomodo, o impossibile. Inoltre, con l&#8217;estremo scioglimento di neve e ghiaccio aumenta il rischio di incappare in crepacci.&#8221;</p>
<p>Già da questo si comprende come, malgrado si possa associare la montagna a immagini di rocce, pascoli, o nevai, un fattore importante per le montagne è il cambiamento dei diversi stati fisici dell&#8217;acqua: la neve è abbondante nelle montagne e il cambiamento climatico induce una minore durata del manto nevoso con conseguenti impatti sull&#8217;idrologia, e su tutto ciò che in qualche modo è collegato all&#8217;acqua.</p>
<p>Spiega infatti Guido Nigrelli, ricercatore dell&#8217;Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR-IRPI), che: &#8220;Se la temperatura è superiore a 0 °C sopra circa 3000 metri di altitudine, si avviano processi di degradazione del permafrost e dei ghiacciai. Se pensiamo a questi ultimi, il ghiaccio fuso può penetrare tra la roccia e la base del ghiacciaio, fluidificandone il contatto e determinando scivolamenti o perfino crolli di porzioni dei ghiacciai. Se pensiamo invece a versanti o ad ammassi rocciosi più o meno fratturati, la fusione del ghiaccio, cioè del collante che tiene insieme rocce e detrito, può esporre questi a processi come i crolli di roccia.&#8221; Un pericolo meno evidente, ma non meno minaccioso.</p>
<p>Il cambiamento climatico non significa però che le Alpi stiano diventando un territorio insidioso in cui non è più possibile svolgere alcuna attività. Certi percorsi diventeranno impraticabili, ma altre cime saranno perfino più facili da raggiungere: quella che prima era una salita pericolosa su un ghiacciaio percorso da infidi crepacci potrebbe diventare una passeggiata. Una via di arrampicata a bassa quota con buona roccia rimarrà la stessa, anche se potrebbe essere troppo caldo per arrampicare per molti giorni. È dunque anche importante notare che non tutto è dovuto al cambiamento climatico e che non tutto sta crollando.</p>
<p>Molte volte siamo noi a metterci in pericolo, anzi: &#8220;La costante crescita degli interventi che il Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico svolge ci comunica che il principale pericolo non deriva dall’ambiente, quanto dall’inadeguata preparazione di coloro che frequentano la montagna: da sempre ci sono sentieri e percorsi più impervi di altri, oggi però ci sono più frequentatori non adeguatamente preparati ed equipaggiati che li frequentano&#8221;, spiega Dellantonio.</p>
<p>Volendo si potrebbe dire che c&#8217;è una precipitazione di eventi: i pericoli aumentano in alcuni luoghi e diventano più imprevedibili in generale, richiedendo quindi una maggiore esperienza, e un&#8217;esperienza adattata alla nuova situazione per giudicare se una gita in montagna è fattibile o meno. Ma nello stesso tempo aumenta una fruizione, non sufficientemente preparata, della montagna.</p>
<p>Si osserva un &#8220;aumento smisurato della frequentazione delle terre alte&#8221; un po&#8217; come riflesso della fase post pandemica, un po&#8217; per fuggire dalle pianure che nei mesi estivi diventano insopportabili per il caldo, conferma Dellantonio.</p>
<p>E mentre più persone si spingono sempre più in alto, è proprio l&#8217;alta montagna a risentire maggiormente del cambiamento climatico, cioè le regioni al di sopra dei 2500 metri circa delle Alpi, dice Huss.</p>
<p>&#8220;Nei prossimi decenni la temperatura media annua aumenterà di oltre 1,5 °C. Verso il 2050 molti ghiacciai alpini saranno estinti perché gli ambienti glaciali e periglaciali rispondono rapidamente a questi cambiamenti. Allo stesso tempo aumenterà la frequentazione anche dove non è ancora presente una sentieristica. E aumenteranno le frane, i danni alle attività antropiche, e i costi per la messa in sicurezza delle infrastrutture. I dati dicono già questo&#8221;, osserva Nigrelli.</p>
<p>E dunque quali forme di adattamento adottare, per chi frequenta l&#8217;alta montagna? Nigrelli spiega che è fondamentale &#8220;consultare le previsioni meteorologiche, ma non basta più: è necessario acquisire informazioni sulle condizioni del tempo dei giorni precedenti (almeno dieci) e in particolar modo conoscere la quota dello zero termico, conoscere le temperature minime e massime giornaliere, sapere se è piovuto o grandinato in quota, sapere se ci sono stati episodi di vento caldo, parlare con guide locali e gestori di rifugi per sapere se hanno osservato qualche segnale di possibile instabilità naturale&#8221;. Bisognerebbe insomma fare corsi di aggiornamento, e introdurre queste nozioni in ogni corso di alpinismo, guida di escursionismo, guide per chi fa <em>mountain-bike</em>, ferrate e così via.</p>
<p>&#8220;La cosa da tenere a mente è che la montagna, per sua natura, non può e non sarà mai esente da rischi. È dovere di tutti e nell’interesse di ciascuno scegliere le attività e gli itinerari secondo le proprie capacità fisiche e tecniche, e con una giusta attrezzatura&#8221;, conclude Dellantonio. Serve insomma una maggiore e rinnovata preparazione, sottolinea infine Montani. Andare in montagna si può, anzi è raccomandabile per il nostro benessere, ma servono nuove conoscenze e una maggiore consapevolezza che l&#8217;ambiente alpino sta rapidamente cambiando.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fonte: <a href="https://www.lescienze.it/news/2023/07/17/news/clima_cambia_montagna_ambiente_aumento_pericoli_adattamento-12683852/" target="_blank" rel="noopener">Le Scienze</a></p>
<p><a href="https://www.previdir.it/news/" target="_blank" rel="noopener">LEGGI TUTTE LE ALTRE NEWS</a></p>
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		<title>I paesi della regione europea dell’Oms adottano la Dichiarazione di Budapest. In campo misure per migliorare l’ambiente e la salute</title>
		<link>https://www.previdir.it/i-paesi-della-regione-europea-delloms-adottano-la-dichiarazione-di-budapest-in-campo-misure-per-migliorare-lambiente-e-la-salute-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elisabetta Mirabella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Jul 2023 06:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Green]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nella dichiarazione, i paesi convengono di accelerare la transizione verso società resilienti, sane, eque e sostenibili, integrando le lezioni apprese dalla pandemia di Covid. Si cerca di intensificare gli sforzi per prevenire, preparare, rilevare e rispondere alle emergenze, proteggendo le popolazioni particolarmente vulnerabili. Queste azioni mirano a migliorare la resilienza e la capacità dei sistemi  [...]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.previdir.it/i-paesi-della-regione-europea-delloms-adottano-la-dichiarazione-di-budapest-in-campo-misure-per-migliorare-lambiente-e-la-salute-2/">I paesi della regione europea dell’Oms adottano la Dichiarazione di Budapest. In campo misure per migliorare l’ambiente e la salute</a> proviene da <a href="https://www.previdir.it">Previdir</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nella dichiarazione, i paesi convengono di accelerare la transizione verso società resilienti, sane, eque e sostenibili, integrando le lezioni apprese dalla pandemia di Covid. Si cerca di intensificare gli sforzi per prevenire, preparare, rilevare e rispondere alle emergenze, proteggendo le popolazioni particolarmente vulnerabili. Queste azioni mirano a migliorare la resilienza e la capacità dei sistemi sanitari di resistere e rispondere a catastrofi e crisi. Inoltre, aumenteranno gli sforzi per affrontare i determinanti ambientali delle malattie.</p>
<p><a href="https://www.quotidianosanita.it/allegati/create_pdf.php?all=1688988265.pdf" target="_blank" rel="noopener">LA DICHIARAZIONE</a></p>
<p>I paesi della regione europea dell&#8217;Oms, riuniti per la settima Conferenza ministeriale sull&#8217;ambiente e la salute (7MCEH) in Ungheria, hanno adottato la Dichiarazione di Budapest, che dà priorità all&#8217;azione urgente e ad ampio raggio sulle sfide sanitarie legate ai cambiamenti climatici, all&#8217;inquinamento ambientale, alla perdita di biodiversità e al degrado del suolo, insieme e nel contesto della ripresa dal Covid. Per rafforzare le capacità dei paesi di rispettare gli impegni assunti nell&#8217;ambito della Dichiarazione, si concentra anche sul rafforzamento della governance, sull&#8217;investimento nelle risorse umane e sull&#8217;avanzamento delle conoscenze e degli strumenti per l&#8217;azione.</p>
<p>&#8220;Siamo vicini al punto di rottura con la crisi climatica e il suo impatto devastante sulla salute e sul benessere nella nostra regione e a livello globale – esacerbato da altre molteplici emergenze sanitarie sovrapposte. Ma con il lavoro di squadra, la competenza e la volontà politica, abbiamo una solida possibilità – attraverso la Dichiarazione di Budapest e gli impegni che contiene – di affrontare questa minaccia esistenziale. Dobbiamo camminare, anzi correre, insieme sulla strada da percorrere – un viaggio che sarà tutt&#8217;altro che facile, ma che avremmo dovuto intraprendere molto tempo fa&#8221;, ha dichiarato<strong> Hans Henri P. Kluge</strong>, direttore regionale dell&#8217;Oms per l&#8217;Europa.</p>
<p>Nella dichiarazione, i paesi convengono di accelerare la transizione verso società resilienti, sane, eque e sostenibili, integrando le lezioni apprese dalla pandemia di Covid. Si cerca di intensificare gli sforzi per prevenire, preparare, rilevare e rispondere alle emergenze, proteggendo le popolazioni particolarmente vulnerabili. Queste azioni mirano a migliorare la resilienza e la capacità dei sistemi sanitari di resistere e rispondere a catastrofi e crisi. Inoltre, aumenteranno gli sforzi per affrontare i determinanti ambientali delle malattie.</p>
<p>I paesi utilizzeranno la &#8220;Tabella di marcia per persone più sane, un pianeta prospero e un futuro sostenibile 2023-2030&#8221;, che fa parte di questa dichiarazione, per accelerare le transizioni necessarie per realizzare comunità sostenibili. Questa tabella di marcia offre una serie di azioni che gli Stati membri possono attuare per ridurre le conseguenze sulla salute poste dai cambiamenti climatici, dall&#8217;inquinamento ambientale e dalla perdita di biodiversità. Propone inoltre misure per rafforzare la governance, le risorse umane, i finanziamenti e le conoscenze per la salute e l&#8217;ambiente. La tabella di marcia spiega perché è necessaria un&#8217;azione urgente in un particolare settore, offre un elenco di impegni che i paesi possono prendere in considerazione e suggerisce misure per raggiungerli.</p>
<p>La Dichiarazione offre inoltre ai paesi la possibilità di avviare partenariati europei per l&#8217;ambiente e la salute (Ehp), un nuovo meccanismo all&#8217;interno dell&#8217;Ehp, per contribuire ad accelerare l&#8217;attuazione della visione e degli impegni assunti alla Conferenza ministeriale. I partenariati riuniscono paesi e partner con un interesse comune in un&#8217;area tematica specifica per lavorare insieme su progetti comuni, attività di sviluppo delle capacità, formazione e workshop, fornitura di assistenza tecnica, collaborazione nell&#8217;innovazione e nella ricerca e diffusione delle pertinenti linee guida dell&#8217;Oms.</p>
<p>Non da ultimo, la Dichiarazione di Budapest incorpora le voci e le preoccupazioni dei giovani, che erano fortemente rappresentati al 7MCEH, in cima all&#8217;agenda, e il cui piano per l&#8217;azione per il clima e la salute è stato piegato nelle deliberazioni più ampie.</p>
<p>&#8220;Non è esagerato dire che la Dichiarazione di Budapest e i passi che stabilisce sono un risultato storico; uno che non arriva un momento troppo presto &#8211; ha detto Kluge -. Dobbiamo assicurarci ora di mantenere lo slancio che esce dal 7MCEH, ritenerci responsabili e mantenere le promesse fatte ai giovani della nostra regione nei mesi e negli anni a venire&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fonte: <a href="https://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=115388" target="_blank" rel="noopener">QuotidianoSanità.it</a></p>
<p><a href="https://www.previdir.it/news/" target="_blank" rel="noopener">LEGGI TUTTE LE ALTRE NEWS</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.previdir.it/i-paesi-della-regione-europea-delloms-adottano-la-dichiarazione-di-budapest-in-campo-misure-per-migliorare-lambiente-e-la-salute-2/">I paesi della regione europea dell’Oms adottano la Dichiarazione di Budapest. In campo misure per migliorare l’ambiente e la salute</a> proviene da <a href="https://www.previdir.it">Previdir</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Viaggio nel green italiano</title>
		<link>https://www.previdir.it/viaggio-nel-green-italiano-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elisabetta Mirabella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Jul 2023 06:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Green]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.previdir.it/?p=19294</guid>

					<description><![CDATA[<p>Mauro Agnoletti, professore di Storia del paesaggio e Pianificazione forestale all’Università di Firenze e titolare della Cattedra Unesco sul paesaggio, ci guida nella scoperta della grande biodiversità del panorama boschivo italiano con l’“Atlante dei boschi italiani”, in libreria per Laterza. La lettura del volume è un vero e proprio viaggio in 58 schede divise per  [...]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.previdir.it/viaggio-nel-green-italiano-2/">Viaggio nel green italiano</a> proviene da <a href="https://www.previdir.it">Previdir</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Mauro Agnoletti, professore di Storia del paesaggio e Pianificazione forestale all’Università di Firenze e titolare della Cattedra Unesco sul paesaggio, ci guida nella scoperta della grande biodiversità del panorama boschivo italiano con l’“Atlante dei boschi italiani”, in libreria per Laterza. La lettura del volume è un vero e proprio viaggio in 58 schede divise per regione, alla scoperta del nostro Paese, attraverso la storia di quelli che generalmente consideriamo come luoghi dove la natura domina incontrastata, e che scopriamo essere invece frutto dell’intervento dell’uomo, delle sue esigenze (alimentari, sociali, economiche), delle sue conoscenze, della sua evoluzione.</p>
<p>&#8220;Il nostro patrimonio boschivo &#8211; scrive Agnoletti nel suo libro &#8211; ha valenza culturale, sociale e storica. Da questo punto di vista, in Italia non abbiamo boschi scientificamente definibili come &#8216;naturali&#8217;, cioè non toccati dall’uomo, bensì formazioni arbustive e arboree che nel tempo sono state tutte utilizzate per qualche scopo e che, quindi, sono parte integrante del paesaggio culturale italiano&#8221;.</p>
<p>I boschi italiani hanno caratteristiche uniche al mondo; gran parte della loro biodiversità è legata alla secolare influenza di attività antropiche come il pascolo, la produzione di legname, di legna da fuoco, di carbone o di alimenti. La lunga coevoluzione tra uomo e natura ha creato un binomio inscindibile. “Fin dal periodo preromano il paesaggio è stato caratterizzato da un processo di continua trasformazione dell’ambiente naturale per rispondere ai bisogni della popolazione”.</p>
<p>L’Atlante, aprendolo in una pagina casuale, regala sorprese e proietta il lettore nel bel mezzo di un bosco di cui fino a poco tempo prima ignorava l’esistenza. È così che si viene a conoscenza, ad esempio, dell’importanza fondamentale che la “civiltà del castagno” ha avuto, nella relazione fra gli italiani e i boschi, nel plasmare le aree verdi della penisola; oppure si scoprono curiosità boschive come quella dei Giganti della Sila, “pini larici della Riserva naturale del Fallistro sono alberi monumentali, la cui curiosità risiede non tanto nelle loro dimensioni, ma nel fatto che si trattasse di una piantagione realizzata nel seicento dai nobili della famiglia Mollo che volevano un giardino per abbellire la zona”.</p>
<p>Un tema che Agnoletti affronta, sia nell’introduzione sia nelle varie schede dedicate ai boschi, è quello dell’aumento dell’estensione: “L’Italia è caratterizzata da una grande varietà di formazioni boschive, ma pochi sanno che nell’ultimo secolo l’estensione dei nostri boschi è più che raddoppiata”. I boschi italiani, in controtendenza rispetto ai dati raccolti in molti Paesi, sono raddoppiati nel corso dell’ultimo secolo. Se nel 1936 coprivano un’area di territorio di poco superiore ai 5 milioni di ettari, oggi la loro estensione arriva a ben 11 milioni. Ciò nonostante, purtroppo, a essere aumentati sono i boschi di interesse dal punto di vista naturalistico, ma non della ricchezza economica. Questo accade a causa del continuo aumento dell&#8217;abbandono, che rischia di farci perdere la ricchezza di biodiversità che ci contraddistingue. &#8220;Le foreste italiane &#8211; precisa Agnoletti &#8211; possono contribuire al valore culturale e paesaggistico nazionale, visto che valgono lo 0,20% del potenziale di assorbimento di Co2. Un patrimonio forestale poco conosciuto, pur essendo identitario, il cui aspetto economico andrebbe recuperato per non perdere la biodiversità&#8221;.</p>
<p>A questo si aggiunge un altro tema, tra i principali del progetto dell’Atlante di Agnoletti. Le forme di tutela che oggi vengono attuate per salvaguardare i boschi italiani vanno tutte in una direzione precisa: “Conservare e ricercare il massimo grado di naturalità”. Se però teniamo presente che nessun bosco italiano può essere considerato scientificamente naturale, poiché la sua storia è stata costantemente influenzata dall’uomo, allora è palese che restano escluse dalla tutela quelle attività e caratteristiche che hanno reso il bosco un tutt’uno con le popolazioni che l’hanno abitato, gestito, sfruttato e conservato. In questo senso l’Atlante è un vero e proprio strumento di testimonianza, dato che racconta una complessità nazionale destinata a sfibrarsi e a sparire nel corso del tempo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fonte: <a href="https://almanacco.cnr.it/articolo/9691/viaggio-nel-green-italiano" target="_blank" rel="noopener">Almanacco della Scienza</a></p>
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		<title>Il linguaggio segreto dei funghi</title>
		<link>https://www.previdir.it/il-linguaggio-segreto-dei-funghi-4/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elisabetta Mirabella]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Jul 2023 06:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Green]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I funghi sono più furbi di quanto pensassimo. Sebbene diano l’impressione di essere silenziosi e relativamente autonomi, infatti, questi organismi possono riuscire addirittura a parlare tra loro. Non con le parole, ovviamente, ma con specifici segnali elettrici. A raccontarlo in un nuovo studio pubblicato sulla rivista Fungal Ecology è stato un team di ricerca giapponese che ha osservato non solo come i funghi comunicano  [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>I <strong>funghi</strong> sono più furbi di quanto pensassimo. Sebbene diano l’impressione di essere silenziosi e relativamente autonomi, infatti, questi organismi possono riuscire addirittura a parlare tra loro. Non con le parole, ovviamente, ma con specifici <strong>segnali elettrici</strong>. A raccontarlo in un nuovo <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S1754504823000065?via%25253Dihub" target="_blank" rel="noreferrer noopener">studio</a> pubblicato sulla rivista <strong>Fungal Ecology</strong> è stato un team di ricerca giapponese che ha osservato non solo come i funghi comunicano tra loro, ma anche che questi sembrano essere più loquaci durante un’acquazzone.</p>
<p>I funghi micorrizici, tra cui i porcini, rappresentano un gruppo molto eterogeneo da punto di vista genetico, ma sono tutti accomunati dal fatto di vivere in <strong>simbiosi</strong> con le <strong>piante</strong> e gli alberi, come pini, querce e betulle. Infatti, oltre a crescere con gli steli, formano vaste <strong>reti</strong> di filamenti (micelio) che si estendono sottoterra e che svolgono compiti essenziali per l’equilibrio degli ecosistemi: assorbono i <strong>nutrienti</strong> chiave dal suolo per nutrire se stessi e le piante con cui vivono in simbiosi.</p>
<p>Oltre a questo, tuttavia, si ipotizza che la rete sotterranea possa essere utilizzata anche per generare <strong>segnali elettrici</strong> in risposta a stimoli esterni, e quindi a permettere una <strong>comunicazione</strong> tra funghi e piante, allo scopo di coordinarne la crescita e avvisare della presenza di insetti e malattia. Tuttavia, finora gli studi scientifici su questo fenomeno sono scarsi e spesso limitati a test di laboratorio.</p>
<p>A parlare della comunicazione tra funghi è stata anche una recente ricerca, pubblicata circa un anno fa sulla rivista <strong>Royal Society Open Science</strong>, che ha ipotizzato come i funghi possano parlare tra loro usando addirittura 50 “parole”, ossia diversi impulsi elettrici inviati dagli organismi che potrebbero essere simili strutturalmente al nostro linguaggio. “Questo studio rileva schemi ritmici nei segnali elettrici”, aveva commentato al <strong>Guardian</strong> Dan Bebber, esperto della University of Exeter. “Sebbene interessante, l’interpretazione come linguaggio sembra in qualche modo troppo entusiasta e richiederebbe molte più ricerche”.</p>
<p>Nel nuovo studio, i ricercatori della <strong>Tohoku University</strong> sono riusciti ad andare sul campo ed esaminare un tipo di funghi noti come <em>Laccaria bicolor</em>, piccoli funghi di colore marrone chiaro che crescono sui suoli boschivi. Dopo aver posizionato minuscoli elettrodi su sei esemplari per misurare i segnali elettrici, i ricercatori hanno notato come questi impulsi fluttuavano nel tempo e sembravano essere correlati ai cambiamenti di <strong>temperatura</strong> e <strong>umidità</strong>. I segnali, infatti, sono aumentati dopo la <strong>pioggia</strong>, mostravano una direzionalità e sono risultati più forti tra i funghi più vicini.</p>
<p>“All’inizio, i funghi presentavano un potenziale elettrico inferiore”, ha commentato Yu Fukasawa, tra gli autori dello studio. “Tuttavia, il potenziale elettrico ha iniziato a fluttuare dopo la pioggia, a volte superando i 100 mV”. Questi dati, quindi, sottolineano la necessità di approfondimenti per far luce sulla <strong>comunicazione</strong> tra funghi. “I nostri risultati confermano la necessità di ulteriori studi sui potenziali elettrici dei funghi in un vero contesto ecologico”, conclude l’esperto.</p>
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<p>Fonte: <a href="https://www.galileonet.it/funghi-linguaggio-segnali-elettrici/" target="_blank" rel="noopener">Galileo</a></p>
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		<title>I microbi editati salveranno il mondo?</title>
		<link>https://www.previdir.it/i-microbi-editati-salveranno-il-mondo-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elisabetta Mirabella]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Jul 2023 06:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Green]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’istituto di Jennifer Doudna, l’inventrice di CRISPR, ha ricevuto 70 milioni di dollari per esplorare un’idea audace: combattere i cambiamenti climatici e altre emergenze modificando le comunità microbiche che vivono fuori e dentro di noi. I batteri sono i veri padroni del pianeta, nel bene e nel male. Oltre a influire in molti modi sul  [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’istituto di Jennifer Doudna, l’inventrice di CRISPR, ha ricevuto 70 milioni di dollari per esplorare un’idea audace: combattere i cambiamenti climatici e altre emergenze modificando le comunità microbiche che vivono fuori e dentro di noi.</p>
<p>I batteri sono i veri padroni del pianeta, nel bene e nel male. Oltre a influire in molti modi sul nostro stato di salute, sono responsabili di buona parte delle emissioni di metano. Questo gas viene prodotto in grandi quantità da microbi che proliferano in ambienti associati alle attività umane (allevamenti, discariche, risaie) e intrappola il calore molto più dell’anidride carbonica. Di buono c’è che il metano ha una permanenza in atmosfera molto più breve, quindi riducendone le emissioni si avrebbero effetti rapidi e sostanziali sul riscaldamento globale. Di quali strumenti disponiamo per provare a inseguire un obiettivo tanto ambizioso?</p>
<p>I filantropi che hanno aderito all’<a href="https://www.audaciousproject.org/">Audacious Project</a> sotto l’ombrello di TED hanno deciso di scommettere 70 milioni di dollari su un approccio di frontiera che usa la piattaforma di <em>editing </em>genomico CRISPR ma non si accontenta di correggere il DNA di un organismo per volta. Si chiama editing del microbioma e si applica all’insieme dei genomi delle comunità microbiche, che verrebbero modificate nel loro ambiente naturale senza che ci sia bisogno di isolare i ceppi da trattare. Prendiamo gli allevamenti, che causano il 15 per cento delle emissioni globali. Buona parte della colpa non è dei bovini in quanto tali, piuttosto è dei microbi metanogeni che ospitano nello stomaco.</p>
<p>Per ridurre le eruttazioni dei ruminanti la comunità scientifica ha ipotizzato vari stratagemmi, dagli integratori alimentari a base di alghe marine alla somministrazione di composti inibitori del metano. Ma per sortire un effetto di portata globale, servirebbero strategie pratiche, economiche e durature, possibilmente attuabili in modalità “<em>one shot</em>”, con un singolo intervento precoce su ogni vitello. Questa è proprio l’idea audace proposta dall’Innovative Genomic Institute (fondato a Berkeley da Jennifer Doudna) e sviluppata in collaborazione con altre università californiane (Davis e San Francisco).</p>
<p>La prova di concetto dell’editing di comunità è stata pubblicata due anni fa su &#8220;Nature Microbiology&#8221; da Doudna e Jill Banfield, che è considerata la fondatrice della metagenomica (la scienza che studia campioni ambientali in cui si mescolano genomi di microrganismi noti e ignoti). Due i sistemi usati allora come modello: un microbioma naturale del suolo e il microbioma intestinale di un bambino.</p>
<p>L’alleanza tra le due scienziate prosegue all’insegna della doppia sfida, ambientale e sanitaria, anche nel nuovo progetto intitolato “Ingegnerizzare il microbioma con CRISPR per migliorare il clima e la salute”. Per quanto riguarda il clima, in breve, l’obiettivo è perfezionare le tecnologie necessarie a modificare geneticamente i microbi che vivono nel rumine dei bovini e far sì che producano meno metano. E per quanto riguarda la salute, cos’hanno in mente Doudna e Banfield?</p>
<p>I microbi che vivono nel nostro corpo, dalla pelle all’intestino, senza dimenticare le vie respiratorie, influenzano una miriade di condizioni tra cui allergie, obesità, malattie cardiovascolari, disordini neurologici. Gli antibiotici sono armi a doppio taglio, perché colpiscono anche i batteri benefici, i probiotici hanno effetti limitati, mentre i trapianti fecali suscitano ancora qualche diffidenza.</p>
<p>Il primo banco di prova per l’editing del microbioma dovrebbe essere l’asma, che colpisce 300 milioni di bambini nel mondo, molti di quali nei paesi a reddito medio e basso. Al momento è possibile trattarne i sintomi, ma non esistono cure. La speranza per il futuro è quella di poter intervenire sulla composizione della flora intestinale, inibendo la produzione di alcuni composti infiammatori.</p>
<p>Al di là dell’Audacious Project, comunque, c’è tutto un mondo microbico le cui potenzialità hanno appena iniziato a essere indagate con gli strumenti dell’editing. I campi di applicazione sono innumerevoli: produzione sostenibile di sostanze utili, recupero di aree contaminate, microbi mangia-plastica, batteri fertilizzanti che ambiscono a prendere il posto dell’azoto di sintesi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fonte: <a href="https://www.lescienze.it/news/2023/06/27/news/microbi_rumine_bovini_crispr_riduzione_produzione_metano_clima-12495626/" target="_blank" rel="noopener">Le Scienze</a></p>
<p><a href="https://www.previdir.it/news/" target="_blank" rel="noopener">LEGGI TUTTE LE ALTRE NEWS</a></p>
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