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	<title>Notizie Archivi - Previdir</title>
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	<description>Fondo Assistenza Previdir</description>
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	<title>Notizie Archivi - Previdir</title>
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	<item>
		<title>Mal di schiena: come distribuire il movimento durante la giornata</title>
		<link>https://www.previdir.it/mal-di-schiena-come-distribuire-il-movimento-durante-la-giornata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Cerina]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Sep 2026 12:02:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Salute]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Camminare con regolarità è una delle forme più semplici di attività fisica e può rappresentare una buona abitudine anche per chi soffre di mal di schiena. L’obiettivo non deve necessariamente essere quello di concentrare tutta l’attività fisica in un’unica lunga sessione. Il movimento può essere distribuito in diversi momenti della giornata, alternandolo alle ore trascorse  [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Camminare con regolarità è una delle forme più semplici di attività fisica e può rappresentare una buona abitudine anche per chi soffre di mal di schiena. L’obiettivo non deve necessariamente essere quello di concentrare tutta l’attività fisica in un’unica lunga sessione. Il movimento può essere distribuito in diversi momenti della giornata, alternandolo alle ore trascorse seduti e adattandolo alle proprie condizioni fisiche.</p>
<p>Una strategia particolarmente pratica consiste quindi nell’inserire<strong> brevi passeggiate</strong> nella routine quotidiana, dal mattino fino alla sera.</p>
<h4>Perché camminare può essere utile alla schiena</h4>
<p>Una vita eccessivamente sedentaria può contribuire a rigidità e perdita di efficienza muscolare. Camminare permette invece di mantenere il corpo in movimento, coinvolgendo la muscolatura che contribuisce alla postura e favorendo la mobilità generale.</p>
<p>La camminata presenta inoltre un vantaggio importante: può essere facilmente inserita nella vita quotidiana senza richiedere attrezzature particolari.</p>
<p>Non è però necessario considerarla l’unica attività possibile. Anche altre forme di esercizio, se adeguate alle condizioni della persona, possono contribuire a contrastare la sedentarietà e a mantenere attivo l&#8217;apparato muscolo-scheletrico.</p>
<h4>Al mattino: iniziare la giornata in movimento</h4>
<p>Una breve passeggiata al mattino può essere un modo semplice per riattivare gradualmente <strong>muscoli e articolazioni</strong> dopo le ore di riposo notturno. Non è necessario partire con un ritmo elevato: soprattutto per chi avverte rigidità al risveglio, può essere preferibile iniziare con un&#8217;andatura confortevole e aumentarla progressivamente in base alle proprie sensazioni.</p>
<p>Anche pochi minuti di movimento possono diventare una buona occasione per interrompere fin dall&#8217;inizio della giornata una routine prevalentemente sedentaria.</p>
<h4>Durante il lavoro: interrompere le ore trascorse seduti</h4>
<p>Per chi lavora alla scrivania, trascorrere molte ore consecutive nella stessa posizione può favorire rigidità e tensioni muscolari. Una <strong>pausa attiva a metà mattina</strong>, alzandosi e camminando per qualche minuto, permette di cambiare posizione e rimettere in movimento il corpo.</p>
<p>Più che ricercare una postura perfetta da mantenere per ore, può essere utile evitare l&#8217;immobilità prolungata e alternare frequentemente posizione seduta, posizione eretta e movimento. Una breve passeggiata può quindi diventare una pausa naturale durante la giornata lavorativa.</p>
<h4>Dopo pranzo: una passeggiata invece di tornare subito alla scrivania</h4>
<p>Anche il periodo successivo al pranzo può rappresentare una buona occasione per camminare. Una passeggiata a ritmo tranquillo consente di evitare di trascorrere immediatamente un altro lungo periodo seduti e rimette in movimento la muscolatura dopo il pasto.</p>
<p>Il movimento dopo aver mangiato può inoltre avere effetti favorevoli sul <strong>metabolismo</strong> e rappresentare una semplice abitudine da integrare nella quotidianità. Non occorrono necessariamente lunghe distanze: ciò che conta è creare occasioni regolari per muoversi.</p>
<h4>Dopo il lavoro: muovere anche spalle e braccia</h4>
<p>Le ore trascorse davanti al computer possono essere associate a tensioni che interessano non soltanto la zona lombare, ma anche collo e spalle. Una passeggiata alla fine della giornata lavorativa può aiutare a interrompere questa condizione di immobilità.</p>
<p>Durante il cammino è utile mantenere un&#8217;andatura naturale, lasciando che le braccia oscillino liberamente ed evitando, quando possibile, di camminare continuamente con lo smartphone davanti agli occhi o trasportando carichi pesanti in maniera sbilanciata. In questo modo la passeggiata diventa un momento di movimento dell&#8217;intero corpo.</p>
<h4>La sera: una camminata più tranquilla</h4>
<p>Una breve passeggiata serale può rappresentare l&#8217;ultimo momento di attività della giornata. In questo caso non è necessario ricercare velocità o intensità elevate: si può scegliere un&#8217;andatura rilassata e confortevole.</p>
<p>Oltre a contrastare la sedentarietà, trasformare la passeggiata serale in una routine può rappresentare un momento di passaggio tra gli impegni della giornata e il riposo notturno.</p>
<h4>Meglio muoversi con regolarità</h4>
<p>Il principio fondamentale non è rispettare necessariamente orari precisi, ma evitare di concentrare il movimento in un unico momento e rimanere immobili per tutto il resto della giornata. Le passeggiate possono essere organizzate in base agli impegni personali: prima di iniziare il lavoro, durante una pausa, dopo pranzo, nel tardo pomeriggio o la sera.</p>
<p>Anche la durata deve essere adattata alla propria <strong>condizione fisica</strong>. L&#8217;obiettivo è costruire gradualmente un&#8217;abitudine sostenibile e mantenere una buona regolarità nel tempo.</p>
<h4>Mal di schiena: quando la camminata non basta</h4>
<p>Il mal di schiena può avere caratteristiche e cause molto diverse e la camminata non deve essere considerata una terapia adatta indistintamente a ogni situazione. In presenza di dolore intenso o persistente, sintomi comparsi dopo un trauma, debolezza o alterazioni della sensibilità agli arti, oppure altri disturbi insoliti associati al dolore, è importante rivolgersi a un professionista sanitario per una valutazione.</p>
<p>Per chi presenta patologie o limitazioni che rendono difficile camminare, inoltre, possono essere individuate forme alternative di attività fisica più appropriate.</p>
<p>La regola generale resta semplice: quando le condizioni di salute lo consentono,<strong> inserire più movimento nella quotidianità</strong> e ridurre i lunghi periodi trascorsi immobili può rappresentare una buona abitudine anche per il benessere della schiena.</p>
<p>Per approfondimenti: <strong><a href="https://www.starbene.it/fitness/contro-il-mal-di-schiena-cammina-ecco-la-tabella-di-marcia-ideale/" target="_blank" rel="noopener">STARBENE.IT</a></strong></p>
<p><a href="https://www.previdir.it/news/" target="_blank" rel="noopener">LEGGI TUTTE LE ALTRE NEWS</a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Ictus e neuroplasticità: come il cervello si riorganizza dopo il danno</title>
		<link>https://www.previdir.it/ictus-e-neuroplasticita-come-il-cervello-si-riorganizza-dopo-il-danno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Cerina]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 05:57:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerca]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo un ictus, il cervello può mettere in atto una serie di meccanismi di adattamento per cercare di compensare le funzioni compromesse. Alla base di questa capacità si trova la neuroplasticità, cioè la possibilità del sistema nervoso di modificare l’organizzazione e l’attività delle proprie reti in risposta a un danno. Le ricerche su questi processi  [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo un ictus, il cervello può mettere in atto una serie di meccanismi di adattamento per cercare di compensare le funzioni compromesse. Alla base di questa capacità si trova la <strong>neuroplasticità</strong>, cioè la possibilità del sistema nervoso di modificare l’organizzazione e l’attività delle proprie reti in risposta a un danno.</p>
<p>Le ricerche su questi processi stanno contribuendo a comprendere meglio cosa accade nel cervello durante il recupero e potrebbero, in futuro, favorire lo sviluppo di percorsi riabilitativi sempre più personalizzati.</p>
<h4>Che cos’è la neuroplasticità</h4>
<p>Il cervello non è una struttura completamente rigida e immutabile. Le sue reti nervose possono modificarsi nel corso della vita in risposta all’esperienza, all’apprendimento e anche in seguito a una lesione. Questa capacità prende il nome di neuroplasticità.</p>
<p>Dopo un ictus, alcune aree cerebrali possono modificare la propria attività e le proprie connessioni nel tentativo di compensare, almeno in parte, le funzioni compromesse dalla lesione. Il recupero, quindi, non dipende esclusivamente dalla zona direttamente interessata dall’ictus, ma coinvolge una rete molto più ampia di connessioni cerebrali.</p>
<h4>Dopo l’ictus cambia anche l’emisfero non colpito</h4>
<p>Uno degli aspetti più interessanti riguarda il rapporto tra i due <strong>emisferi cerebrali</strong>. In seguito a un ictus, infatti, le modificazioni funzionali non interessano soltanto l’area danneggiata. Anche l’emisfero opposto può modificare la propria attività e partecipare ai processi di riorganizzazione associati al recupero delle capacità motorie e cognitive.</p>
<p>L’equilibrio tra le attività dei due emisferi sembra avere un ruolo importante. Comprendere meglio queste dinamiche potrebbe aiutare a individuare strategie riabilitative differenti in base alle caratteristiche della lesione e alle condizioni del singolo paziente.</p>
<h4>Il ruolo della riabilitazione</h4>
<p>La capacità del cervello di riorganizzarsi rappresenta uno dei presupposti fondamentali della riabilitazione neurologica dopo un ictus. A seconda delle conseguenze dell’evento e delle esigenze della persona, il <strong>percorso riabilitativo</strong> può comprendere diversi interventi, tra cui:</p>
<ul>
<li>fisioterapia per il recupero delle funzioni motorie;</li>
<li>terapia occupazionale per favorire il recupero dell’autonomia nelle attività quotidiane;</li>
<li>logopedia in presenza di difficoltà relative al linguaggio, alla comunicazione o ad altre funzioni di competenza;</li>
<li>esercizi e programmi di riabilitazione cognitiva.</li>
</ul>
<p>Il percorso deve essere definito sulla base delle condizioni cliniche e delle specifiche difficoltà della persona, con obiettivi che possono modificarsi nel corso del recupero.</p>
<h4>Perché iniziare precocemente è importante</h4>
<p>Il processo di recupero può iniziare già nelle prime fasi successive all’ictus. Per questo motivo, una volta superata e stabilizzata la fase acuta, la valutazione delle necessità riabilitative rappresenta una componente importante del percorso assistenziale.</p>
<p>La riabilitazione può sfruttare la capacità del sistema nervoso di adattarsi e creare nuove modalità di organizzazione delle proprie reti. Il recupero può tuttavia essere molto diverso da persona a persona e dipende da numerosi fattori, tra cui caratteristiche ed estensione del danno e condizioni generali del paziente.</p>
<h4>Nuove prospettive per la riabilitazione neurologica</h4>
<p>Lo studio della neuroplasticità sta aprendo anche nuove prospettive nel trattamento delle conseguenze dell’ictus. Tra gli approcci oggetto di ricerca figurano alcune forme di <strong>neuromodulazione non invasiva</strong>, studiate per comprendere se sia possibile intervenire sull’attività delle reti cerebrali e favorire i processi di riorganizzazione. Si tratta di un campo ancora in evoluzione e saranno necessari ulteriori studi clinici per definire quali strategie possano risultare realmente efficaci e per quali pazienti.</p>
<p>Una maggiore conoscenza dei meccanismi della neuroplasticità potrebbe comunque contribuire allo sviluppo di una riabilitazione sempre più personalizzata, calibrata sulle caratteristiche del danno e sulle modalità con cui il cervello di ciascun paziente reagisce alla lesione.</p>
<h4>Ictus: riconoscere rapidamente i sintomi resta fondamentale</h4>
<p>La capacità del cervello di riorganizzarsi dopo il danno non riduce l’importanza di intervenire rapidamente nella fase acuta. In presenza dei possibili sintomi di un ictus è fondamentale richiedere immediatamente assistenza sanitaria, perché la rapidità dell’intervento può essere determinante per limitare le conseguenze dell’evento.</p>
<p>Neuroplasticità e riabilitazione rappresentano quindi due elementi importanti del percorso successivo all’ictus: comprendere sempre meglio come il cervello reagisce al danno potrà aiutare a sviluppare interventi più mirati e a valorizzare le possibilità di recupero di ogni paziente.</p>
<p>Per approfondimenti: <strong><a href="https://beesanitamagazine.it/ictus-il-cervello-prova-a-riorganizzarsi-dopo-il-danno-grazie-alla-neuroplasticita/" target="_blank" rel="noopener">BEESANITAMAGAZINE</a></strong></p>
<p><a href="https://www.previdir.it/news/" target="_blank" rel="noopener">LEGGI TUTTE LE ALTRE NEWS</a></p>
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		<title>Liste d’attesa e visite specialistiche: cosa cambia con il nuovo Piano nazionale 2026-2028</title>
		<link>https://www.previdir.it/liste-dattesa-e-visite-specialistiche-cosa-cambia-con-il-nuovo-piano-nazionale-2026-2028/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Cerina]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Sep 2026 07:09:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Sistema sanitario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ridurre i tempi di attesa non significa soltanto aumentare il numero di visite ed esami disponibili. È questo uno dei principi alla base del Piano Nazionale di Governo delle Liste di Attesa (PNGLA) 2026-2028, che introduce un nuovo approccio alla gestione della domanda di prestazioni sanitarie. L’obiettivo è rendere il sistema più efficace e sostenibile,  [...]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ridurre i tempi di attesa non significa soltanto aumentare il numero di visite ed esami disponibili. È questo uno dei principi alla base del <strong>Piano Nazionale di Governo delle Liste di Attesa</strong> <strong>(PNGLA) 2026-2028</strong>, che introduce un nuovo approccio alla gestione della domanda di prestazioni sanitarie.</p>
<p>L’obiettivo è rendere il <strong>sistema più efficace e sostenibile</strong>, partendo dai reali bisogni di salute della popolazione e migliorando l’intero percorso del cittadino: dalla prescrizione alla prenotazione, fino all’effettiva erogazione della prestazione.</p>
<p>Tra gli elementi centrali figurano l’appropriatezza delle prescrizioni, la presa in carico del paziente, l’integrazione tra strutture pubbliche e private accreditate e un utilizzo più esteso degli strumenti digitali per il monitoraggio dei percorsi di cura.</p>
<h4>Liste d’attesa: un nuovo approccio</h4>
<p>Negli anni passati, gli interventi per contrastare le liste d’attesa si sono concentrati soprattutto sull’aumento dell’offerta sanitaria, attraverso un maggior numero di prestazioni, l’ampliamento delle sedute ambulatoriali e il recupero delle visite e degli esami arretrati. Il nuovo Piano punta invece ad affiancare a queste misure una maggiore capacità di analizzare e governare la domanda sanitaria.</p>
<p>Non si tratta quindi soltanto di aumentare il numero delle prestazioni disponibili, ma di comprendere quali siano i <strong>reali bisogni della popolazione</strong>, programmare di conseguenza i servizi e indirizzare le risorse verso percorsi assistenziali appropriati e monitorabili.</p>
<h4>Dalla prescrizione alla prestazione: seguire tutto il percorso</h4>
<p>Per quanto riguarda la specialistica ambulatoriale, uno degli obiettivi è avere una visione più completa del percorso compiuto dal cittadino.</p>
<p>Il sistema dovrà consentire di analizzare ciò che avviene tra:</p>
<ul>
<li><strong>la prescrizione di una visita o di un esame;</strong></li>
<li><strong>la prenotazione;</strong></li>
<li><strong>l’effettiva erogazione della prestazione;</strong></li>
<li><strong>gli eventuali bisogni di salute che non arrivano neppure a trasformarsi in una richiesta di assistenza.</strong></li>
</ul>
<p>Esiste infatti una parte della domanda sanitaria che può sfuggire alle rilevazioni tradizionali. Alcune persone non riescono a prenotare, altre prenotano ma non effettuano la prestazione, mentre altre ancora possono rinunciare alle cure o rivolgersi a canali differenti.</p>
<p>Tra le possibili cause figurano difficoltà di accesso ai sistemi di prenotazione, saturazione dell’offerta, tempi di attesa troppo lunghi e distanza dalle strutture disponibili.</p>
<h4>Programmare visite ed esami sulla base dei bisogni reali</h4>
<p>Un altro punto centrale riguarda la determinazione del fabbisogno di prestazioni specialistiche. Il Piano indica la necessità di superare progressivamente una programmazione fondata prevalentemente sui consumi sanitari del passato, utilizzando maggiormente informazioni in grado di descrivere le effettive condizioni di salute della popolazione.</p>
<p>La programmazione dovrà quindi tenere conto di elementi quali dati epidemiologici, caratteristiche demografiche e sociali, diffusione delle patologie croniche e profili di salute della popolazione. L’integrazione di queste informazioni con strumenti di analisi e previsione dovrebbe permettere di stimare meglio l’evoluzione dei bisogni assistenziali e, di conseguenza, organizzare l’offerta.</p>
<p>Questo processo è importante sia per <strong>programmare la rete dei servizi</strong> sia per definire l’apporto delle strutture pubbliche e private accreditate e garantire l’erogazione dei <strong>Livelli Essenziali di Assistenza (LEA).</strong></p>
<h4>Telemedicina e servizi territoriali entrano nella rete dell’offerta</h4>
<p>Il concetto di offerta sanitaria viene inoltre considerato in maniera più ampia rispetto al passato. Accanto alle strutture tradizionali assumono un ruolo crescente le Case della Comunità, i servizi territoriali e la Farmacia dei servizi, insieme alle diverse possibilità offerte dalla sanità digitale.</p>
<p>Tra queste rientrano:</p>
<ul>
<li><strong>telemedicina;</strong></li>
<li><strong>televisita;</strong></li>
<li><strong>teleconsulto;</strong></li>
<li><strong>telemonitoraggio.</strong></li>
</ul>
<p>L’obiettivo è utilizzare in maniera coordinata i diversi strumenti disponibili, migliorando l’accessibilità alle cure e contribuendo a ridurre la pressione sulle strutture sanitarie tradizionali.</p>
<h4>Il paziente al centro del percorso di cura</h4>
<p>Un principio particolarmente importante riguarda la <strong>presa in carico del cittadino</strong>. Il paziente non dovrebbe essere lasciato solo nell’organizzazione delle diverse tappe del proprio percorso assistenziale. Il Piano punta quindi a rafforzare la continuità delle cure e il coordinamento tra assistenza territoriale, specialistica e ospedaliera.</p>
<p>Particolare attenzione viene riservata alle persone con patologie croniche e ai pazienti fragili, per i quali sono previsti percorsi maggiormente personalizzati e proattivi.</p>
<p>L’obiettivo è passare da un sistema nel quale il cittadino deve spesso orientarsi autonomamente tra prescrizioni, prenotazioni e strutture a un modello caratterizzato da una maggiore continuità assistenziale.</p>
<h4>Più integrazione tra pubblico e privato accreditato</h4>
<p>Per favorire il rispetto dei tempi massimi di attesa, il Piano punta anche a un utilizzo più coordinato delle strutture disponibili sul territorio.</p>
<p>In questo quadro viene rafforzata l’integrazione tra strutture pubbliche e privato accreditato, con l’obiettivo di organizzare l’offerta complessiva sulla base dei bisogni assistenziali e delle disponibilità presenti nei diversi territori.</p>
<p>La programmazione delle prestazioni dovrà quindi considerare in maniera integrata le diverse componenti del sistema sanitario.</p>
<h4>Liste d’attesa e digitale: più monitoraggio</h4>
<p>Un ruolo importante sarà svolto anche dalla <strong>digitalizzazione</strong>. Il Piano prevede sistemi di controllo più evoluti attraverso la Piattaforma Nazionale Liste d’Attesa e la sua interoperabilità con le piattaforme regionali. Il monitoraggio riguarderà diversi aspetti, tra cui prescrizioni, agende delle strutture, prestazioni erogate e integrazione tra operatori pubblici e privati accreditati.</p>
<p>Disporre di informazioni più complete dovrebbe consentire di individuare con maggiore precisione le criticità e intervenire sulla programmazione dei servizi.</p>
<h4>Più informazioni e trasparenza per i cittadini</h4>
<p>Il nuovo modello dedica infine attenzione alla trasparenza e all’informazione degli utenti. Sono previsti strumenti informativi più accessibili, una maggiore disponibilità di dati e sistemi per raccogliere le segnalazioni dei cittadini e monitorare le difficoltà incontrate nell’accesso alle prestazioni.</p>
<p>Il PNGLA 2026-2028 delinea quindi un cambiamento più ampio rispetto al semplice incremento del numero di visite ed esami disponibili: l’obiettivo è costruire un sistema capace di conoscere meglio la domanda, programmare l’offerta sulla base dei bisogni della popolazione e accompagnare maggiormente il cittadino lungo il percorso di cura.</p>
<p>La riduzione delle liste d’attesa viene così collegata a appropriatezza, programmazione, integrazione dei servizi, digitalizzazione e presa in carico, con l’obiettivo di rendere l’accesso alle prestazioni sanitarie più efficace e sostenibile.</p>
<p>Per approfondimenti: <strong><a href="https://www.assinews.it/09/2026/liste-dattesa-e-specialistica-ambulatoriale-pubblicato-il-piano-nazionale-di-governo-delle-liste-dattesa-2026-2028/660124295/?utm_source=newsletter-apr&amp;utm_medium=email%20utm_campaign=Newsletter%2BProspect" target="_blank" rel="noopener">ASSINEWS</a></strong></p>
<p><a href="https://www.previdir.it/news/" target="_blank" rel="noopener">LEGGI TUTTE LE ALTRE NEWS</a></p>
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		<item>
		<title>Denti da latte e microbiota orale: perché il primo dentino è così importante</title>
		<link>https://www.previdir.it/denti-da-latte-e-microbiota-orale-perche-il-primo-dentino-e-cosi-importante/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Cerina]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2026 06:54:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Salute]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La salute della bocca inizia a costruirsi molto prima dell’arrivo dei denti definitivi. Fin dai primi mesi di vita, infatti, il microbiota orale – l’insieme dei microrganismi che popolano la cavità orale – attraversa profonde trasformazioni. Uno dei momenti più importanti di questo processo coincide con la comparsa del primo dente da latte. L’eruzione dentale  [...]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La salute della bocca inizia a costruirsi molto prima dell’arrivo dei denti definitivi. Fin dai primi mesi di vita, infatti, il microbiota orale – l’insieme dei microrganismi che popolano la cavità orale – attraversa profonde trasformazioni.</p>
<p>Uno dei momenti più importanti di questo processo coincide con la comparsa del <strong>primo dente da latte</strong>. L’eruzione dentale introduce nella bocca una superficie completamente nuova, sulla quale i microrganismi possono aderire stabilmente e organizzarsi in comunità sempre più complesse.</p>
<p>Comprendere come cambia il microbiota durante l’infanzia aiuta anche a capire perché la cura della salute orale dovrebbe iniziare fin dai primi dentini.</p>
<h4>Il microbiota orale nei primi mesi di vita</h4>
<p>Già nelle prime fasi della vita la bocca viene progressivamente colonizzata da diverse specie di <strong>microrganismi</strong>. Nei primi mesi, però, la cavità orale è costituita essenzialmente da superfici morbide, come lingua, guance, palato e gengive. Questi tessuti si rinnovano continuamente attraverso il naturale ricambio delle cellule superficiali.</p>
<p>Per i microrganismi è quindi più difficile stabilire colonie permanenti: le comunità presenti nella bocca del lattante sono meno complesse rispetto a quelle che caratterizzeranno le successive fasi della crescita. La situazione cambia in maniera significativa con l’eruzione dei denti.</p>
<h4>Il primo dentino cambia l’ambiente della bocca</h4>
<p>La comparsa del primo dente da latte, generalmente intorno ai sei mesi di vita, crea una nuova superficie dura e stabile. A differenza delle mucose, la superficie del dente non è soggetta al continuo <strong>ricambio cellulare</strong>. I microrganismi possono quindi aderirvi, rimanere più a lungo e organizzarsi progressivamente in comunità strutturate.</p>
<p>Con il dente compare inoltre il <strong>solco gengivale</strong>, il piccolo spazio esistente tra dente e gengiva. Le caratteristiche di questo ambiente sono differenti rispetto a quelle delle altre zone della bocca e favoriscono la presenza di comunità microbiche specifiche.</p>
<p>L’eruzione dei primi denti rappresenta quindi una fase importante nella progressiva diversificazione del microbiota orale.</p>
<h4>Dai denti da latte a un ecosistema sempre più complesso</h4>
<p>Con la comparsa progressiva dei 20 denti decidui, la bocca del bambino diventa un ambiente molto più articolato. La superficie liscia dei denti, gli spazi interdentali, i solchi gengivali e le fessure delle superfici utilizzate per la masticazione presentano condizioni differenti in termini di ossigenazione, umidità e disponibilità di nutrienti. Ciascuno di questi piccoli ambienti può favorire lo sviluppo di <strong>comunità microbiche differenti</strong>.</p>
<p>In questa fase è particolarmente importante parlare di equilibrio del microbiota. Molti microrganismi fanno normalmente parte dell’ecosistema orale senza provocare problemi. Determinate condizioni possono però modificare gli equilibri tra le diverse popolazioni microbiche, favorendo quelle associate allo sviluppo delle patologie del cavo orale.</p>
<h4>Cosa succede intorno ai sei anni</h4>
<p>Un&#8217;altra fase particolarmente delicata coincide con l’inizio della dentizione mista, quando i denti da latte iniziano progressivamente a lasciare spazio a quelli permanenti. La caduta di un dente deciduo e l’eruzione del suo sostituto modificano temporaneamente l’ambiente della bocca, creando nuove superfici e nuovi spazi che possono essere colonizzati dai microrganismi.</p>
<p>Particolare attenzione merita il <strong>primo molare permanente</strong>, che generalmente compare intorno ai sei anni. Questo dente non sostituisce un dente da latte: erompe posteriormente all’ultima zona occupata dai molari decidui. Proprio per questo motivo la sua comparsa può passare inosservata e può essere erroneamente interpretato come un altro dente da latte.</p>
<h4>Perché il primo molare permanente richiede attenzione</h4>
<p>Quando il primo molare permanente erompe, il suo smalto attraversa ancora un processo di maturazione e mineralizzazione. Nelle prime fasi, inoltre, il dente può essere solo parzialmente erotto e alcune sue zone possono risultare più difficili da raggiungere con lo spazzolino. Le caratteristiche anatomiche della superficie masticatoria, ricca di solchi e fessure, possono ulteriormente favorire l’accumulo di placca.</p>
<p>Per questo motivo il periodo dell’eruzione dei primi molari permanenti merita particolare attenzione nell’igiene orale quotidiana e nei controlli odontoiatrici.</p>
<h4>Dai denti da latte ai denti permanenti</h4>
<p>La perdita dei denti da latte non comporta una completa “ripartenza” del microbiota orale. Quando iniziano a comparire i denti permanenti, infatti, la bocca ospita già comunità microbiche sviluppatesi negli anni precedenti e presenti non soltanto sui denti, ma anche sulla lingua, sulle mucose e negli altri ambienti della cavità orale.</p>
<p>I nuovi denti entrano quindi in un ecosistema già formato, che continuerà a modificarsi durante la crescita fino ad assumere progressivamente caratteristiche più simili a quelle dell’età adulta.</p>
<h4>La prevenzione comincia dai primi dentini</h4>
<p>I denti da latte svolgono funzioni fondamentali per la masticazione, la fonazione e il corretto sviluppo della dentizione permanente, ma rappresentano anche una fase importante nella costruzione dell’ecosistema microbico della bocca. Prendersene cura fin dalla loro comparsa significa quindi favorire fin dall’infanzia condizioni utili al mantenimento della salute orale.</p>
<p>Una corretta igiene quotidiana, abitudini alimentari appropriate e controlli odontoiatrici periodici accompagnano il bambino durante le diverse fasi della dentizione e aiutano a prevenire carie e altri problemi del cavo orale.</p>
<p>La salute dei denti permanenti, in altre parole, comincia molto prima della loro comparsa: inizia già con il primo dentino da latte.</p>
<p>Per approfondimenti: <strong><a href="https://www.laltramedicina.it/home/denti-da-latte-e-microbiota-orale-perche-il-primo-dentino-e-piu-importante-di-quanto-pensi/" target="_blank" rel="noopener">L&#8217;ALTRAMEDICINA</a></strong></p>
<p><a href="https://www.previdir.it/news/" target="_blank" rel="noopener">LEGGI TUTTE LE ALTRE NEWS</a></p>
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		<title>Alzheimer: una proteina potrebbe avere un ruolo nella progressione della malattia</title>
		<link>https://www.previdir.it/alzheimer-una-proteina-potrebbe-avere-un-ruolo-nella-progressione-della-malattia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Cerina]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 06:53:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerca]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una nuova ricerca contribuisce a comprendere meglio alcuni dei meccanismi cellulari coinvolti nella malattia di Alzheimer, concentrando l’attenzione su una proteina chiamata GRK2. Secondo i risultati dello studio, una particolare forma inattiva di questa proteina può accumularsi all’interno delle cellule cerebrali e interferire con il corretto funzionamento dei mitocondri. I ricercatori hanno inoltre sperimentato, per  [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Una nuova ricerca contribuisce a comprendere meglio alcuni dei meccanismi cellulari coinvolti nella malattia di Alzheimer, concentrando l’attenzione su una <strong>proteina chiamata GRK2</strong>.</p>
<p>Secondo i risultati dello studio, una particolare forma inattiva di questa proteina può accumularsi all’interno delle cellule cerebrali e interferire con il corretto funzionamento dei mitocondri. I ricercatori hanno inoltre sperimentato, per il momento su modelli animali, un composto in grado di contrastarne l’aggregazione.</p>
<p>I risultati aprono una nuova strada di ricerca, anche se saranno necessari ulteriori studi prima di poter valutare eventuali applicazioni nell’uomo.</p>
<h4>Alzheimer e GRK2: cosa è stato scoperto</h4>
<p>La proteina GRK2 è presente nelle cellule in forme differenti. Una di queste, inattivata attraverso i normali processi del metabolismo cellulare, è stata individuata in quantità insolitamente elevate in campioni di tessuto cerebrale provenienti da persone affette da demenza.</p>
<p>Questa forma inattiva tende ad aggregarsi all’interno delle cellule cerebrali, interferendo con il funzionamento dei <strong>mitocondri</strong>, strutture fondamentali per la produzione dell’energia necessaria alle cellule.</p>
<p>L’accumulo della proteina potrebbe quindi contribuire ad alterare il normale equilibrio cellulare e a favorire alcuni dei processi degenerativi associati alla malattia.</p>
<h4>Un possibile circolo vizioso</h4>
<p>Gli esperimenti condotti su modelli animali hanno permesso di osservare anche un possibile legame tra GRK2 e beta-amiloide, proteina strettamente associata ai processi patologici dell’Alzheimer.</p>
<p>La forma inattiva di GRK2 sembra infatti favorire un aumento della produzione di beta-amiloide. Quest’ultima può sottoporre le cellule nervose a una condizione di stress che, a sua volta, favorirebbe la formazione di ulteriore GRK2 inattiva e di nuovi aggregati.</p>
<p>Potrebbe così instaurarsi un circolo vizioso capace di contribuire alla progressione dei processi neurodegenerativi. Comprendere e interrompere questo meccanismo rappresenta quindi un possibile nuovo campo di studio per la ricerca sull’Alzheimer.</p>
<h4>Un composto per contrastare l’aggregazione della proteina</h4>
<p>Dopo aver analizzato diverse sostanze, è stato individuato un composto sperimentale, denominato “<strong>composto 10</strong>”, in grado di interferire con il processo di aggregazione della forma inattiva di GRK2. Il suo meccanismo d’azione punta a impedire alla proteina di formare aggregati, favorendo così il mantenimento della normale funzionalità dei mitocondri.</p>
<p>Negli esperimenti condotti sui topi, il trattamento ha mostrato effetti favorevoli sulla progressione dei processi patologici studiati. Sono stati osservati anche alcuni effetti inattesi relativi ad altri aspetti dell’invecchiamento. Si tratta tuttavia di risultati preliminari, che dovranno essere approfonditi per comprenderne il reale significato biologico.</p>
<h4>Una ricerca ancora in fase preclinica</h4>
<p>I risultati rappresentano un interessante passo avanti nella comprensione dei meccanismi cellulari potenzialmente coinvolti nell’Alzheimer, ma è importante sottolineare che il composto sperimentale non rappresenta attualmente una terapia contro la malattia. Gli esperimenti sono infatti ancora in fase preclinica e non sono stati effettuati studi sull’uomo.</p>
<p>Prima di poter ipotizzare un eventuale utilizzo terapeutico saranno quindi necessarie ulteriori ricerche per verificare il meccanismo individuato e valutare aspetti fondamentali quali efficacia, sicurezza e possibili effetti collaterali.</p>
<p>L’identificazione del ruolo della proteina GRK2 offre comunque un nuovo elemento per comprendere la complessa biologia dell’Alzheimer e potrebbe contribuire, nel tempo, all&#8217;individuazione di nuovi bersagli terapeutici contro i processi neurodegenerativi.</p>
<p>Per approfondimenti: <strong><a href="https://www.focus.it/scienza/salute/alzheimer-scoperta-una-proteina-che-aggrava-la-demenza-e-il-composto-che-potrebbe-bloccarla" target="_blank" rel="noopener">FOCUS</a></strong></p>
<p><a href="https://www.previdir.it/news/" target="_blank" rel="noopener">LEGGI TUTTE LE ALTRE NEWS</a></p>
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		<title>Psoriasi: individuato un nuovo meccanismo coinvolto nell’infiammazione</title>
		<link>https://www.previdir.it/psoriasi-individuato-un-nuovo-meccanismo-coinvolto-nellinfiammazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Cerina]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 07:02:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerca]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una nuova ricerca contribuisce a fare luce sui meccanismi biologici alla base della psoriasi, individuando un possibile nuovo bersaglio coinvolto nel mantenimento dell’infiammazione cronica. Lo studio ha identificato un meccanismo molecolare che sembra contribuire ad amplificare la risposta infiammatoria tipica della malattia. I risultati mostrano inoltre che il blocco di questo meccanismo può ridurre significativamente  [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Una nuova ricerca contribuisce a fare luce sui meccanismi biologici alla base della psoriasi, individuando un possibile nuovo bersaglio coinvolto nel mantenimento dell’infiammazione cronica. Lo studio ha identificato un meccanismo molecolare che sembra contribuire ad amplificare la risposta infiammatoria tipica della malattia. I risultati mostrano inoltre che il blocco di questo meccanismo può ridurre significativamente alcuni segnali dell’infiammazione, aprendo interessanti prospettive per lo sviluppo futuro di terapie sempre più mirate.</p>
<h4>Psoriasi: non solo una malattia della pelle</h4>
<p>La psoriasi è una <strong>malattia infiammatoria cronica</strong> che interessa circa il 2-3% della popolazione mondiale. In Italia si stima che ne siano colpite tra 1,5 e 2 milioni di persone. La patologia si manifesta frequentemente con placche cutanee, arrossamento, desquamazione e prurito, ma non deve essere considerata esclusivamente un disturbo della pelle. Alla sua origine vi è infatti una complessa alterazione dei processi immunitari e infiammatori dell’organismo.</p>
<p>Comprendere quali meccanismi molecolari contribuiscano a mantenere attiva l’infiammazione è quindi fondamentale per individuare nuovi possibili bersagli terapeutici e sviluppare trattamenti sempre più selettivi.</p>
<h4>Il ruolo del recettore p75NTR</h4>
<p>Al centro della ricerca si trova una <strong>proteina recettoriale</strong> denominata p75NTR, in grado di legarsi al Nerve Growth Factor (NGF), o Fattore di Crescita Nervoso. L’NGF è conosciuto soprattutto per il ruolo svolto nello sviluppo e nella sopravvivenza delle cellule nervose, ma le conoscenze scientifiche più recenti ne hanno evidenziato il coinvolgimento anche nei processi infiammatori.</p>
<p>Attraverso l’analisi di biopsie cutanee e modelli cellulari, è stato osservato che l’attivazione di p75NTR può amplificare una delle vie molecolari coinvolte nell’infiammazione cutanea, mediata dal recettore Toll-like 4 (TLR4).</p>
<p>Questo processo favorisce l&#8217;aumento della produzione delle cosiddette “<strong>allarmine</strong>”, molecole rilasciate dai tessuti danneggiati che funzionano come segnali di pericolo per l’organismo. La loro presenza contribuisce a richiamare e attivare ulteriormente il sistema immunitario, alimentando così il processo infiammatorio.</p>
<h4>Un possibile nuovo bersaglio terapeutico</h4>
<p>Uno degli aspetti più interessanti emersi dallo studio riguarda le potenziali <strong>applicazioni terapeutiche</strong>. Il blocco farmacologico del recettore p75NTR ha mostrato la capacità di ridurre la cascata infiammatoria, limitando sia il rilascio delle allarmine sia quello di alcune citochine coinvolte nello sviluppo della psoriasi. Questi risultati suggeriscono che p75NTR potrebbe rappresentare un nuovo bersaglio da approfondire nella ricerca di trattamenti capaci di intervenire in maniera sempre più specifica sui meccanismi biologici alla base della malattia.</p>
<p>Tra le molecole oggetto di interesse figura LM11A-31, un composto già sperimentato in ambito clinico per altre patologie. La possibilità di valutarne l&#8217;impiego anche nel campo della psoriasi rappresenta una prospettiva interessante, ma saranno necessari ulteriori studi per determinarne efficacia e sicurezza in questo specifico contesto.</p>
<h4>Psoriasi, sistema immunitario e sistema nervoso</h4>
<p>La ricerca contribuisce inoltre a evidenziare la complessa relazione esistente tra sistema immunitario e sistema nervoso nei processi che sostengono l’infiammazione. Il recettore p75NTR potrebbe infatti agire come una sorta di sensore capace di mettere in comunicazione questi due sistemi, contribuendo al mantenimento della risposta infiammatoria caratteristica della psoriasi.</p>
<p>L’individuazione di nuovi meccanismi molecolari rappresenta un passaggio importante nella comprensione di una patologia complessa e cronica come la psoriasi. La prospettiva, nel tempo, è quella di arrivare a trattamenti sempre più precisi e mirati, capaci di agire non soltanto sulle manifestazioni della malattia, ma anche sui processi biologici che contribuiscono ad alimentarla.</p>
<p>Per approfondimenti: <strong><a href="https://rewriters.it/psoriasi-scoperto-un-nuovo-interruttore-dellinfiammazione/" target="_blank" rel="noopener">REWRITERS</a></strong></p>
<p><a href="https://www.previdir.it/news/" target="_blank" rel="noopener">LEGGI TUTTE LE ALTRE NEWS</a></p>
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		<title>La rete invisibile sotto i nostri piedi: come funghi e piante comunicano nel sottosuolo</title>
		<link>https://www.previdir.it/la-rete-invisibile-sotto-i-nostri-piedi-come-funghi-e-piante-comunicano-nel-sottosuolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Cerina]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 07:28:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Green]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando osserviamo un bosco, un prato o anche un terreno coltivato, la nostra attenzione viene naturalmente catturata da ciò che emerge dal suolo: alberi, foglie, fiori e vegetazione. Una parte fondamentale della vita delle piante, però, si svolge lontano dai nostri occhi. Sotto la superficie esiste infatti un complesso sistema di relazioni tra radici e  [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando osserviamo un bosco, un prato o anche un terreno coltivato, la nostra attenzione viene naturalmente catturata da ciò che emerge dal suolo: alberi, foglie, fiori e vegetazione. Una parte fondamentale della vita delle piante, però, si svolge lontano dai nostri occhi.</p>
<p>Sotto la superficie esiste infatti un <strong>complesso sistema di relazioni tra radici e funghi</strong> capace di collegare organismi vegetali differenti e di favorire lo scambio di acqua, sostanze nutritive e persino segnali legati alle condizioni dell’ambiente.</p>
<p>Questa straordinaria trama sotterranea viene spesso descritta con l’espressione “<strong>wood wide web</strong>”, un gioco di parole che richiama il World Wide Web e rende bene l’idea di una natura molto più interconnessa di quanto possa apparire.</p>
<h4>Micorrize: un’alleanza vantaggiosa per piante e funghi</h4>
<p>Alla base di questo sistema ci sono le micorrize, associazioni simbiotiche che si instaurano tra determinati funghi presenti nel terreno e le radici delle piante.</p>
<p>Il principio è quello di uno <strong>scambio reciprocamente vantaggioso</strong>. Attraverso la fotosintesi, la pianta produce composti contenenti carbonio e ne mette una parte a disposizione del fungo. Quest’ultimo, grazie alla propria struttura filamentosa, riesce invece a esplorare porzioni di terreno difficilmente raggiungibili dalle sole radici, contribuendo all’approvvigionamento di acqua e sostanze minerali.</p>
<p>I funghi sviluppano infatti sottilissimi filamenti chiamati ife, che possono estendersi e ramificarsi nel terreno. Quando questi sistemi entrano in relazione con più apparati radicali, la singola associazione tra una pianta e un fungo può trasformarsi in una vera rete biologica.</p>
<p>In questo modo possono essere collegate contemporaneamente numerose piante, appartenenti anche a specie differenti.</p>
<h4>Un grande sistema di connessioni sotterranee</h4>
<p>Immaginare la wood wide web come una singola rete universale sarebbe però riduttivo. Nel terreno possono coesistere molte reti fungine, che si sviluppano, si sovrappongono e si intersecano.</p>
<p>Non tutte le specie vegetali, inoltre, instaurano associazioni micorriziche. Numerose piante lo fanno, mentre altre presentano caratteristiche biologiche e nutrizionali differenti e rimangono quindi escluse da questo particolare sistema di connessioni.</p>
<p>Il risultato, soprattutto negli ecosistemi più ricchi, è una trama estremamente articolata nella quale funghi e apparati radicali contribuiscono a creare una sorta di <strong>infrastruttura naturale del sottosuolo</strong>.</p>
<h4>Non solo acqua e minerali</h4>
<p>Una delle funzioni fondamentali delle reti micorriziche riguarda il <strong>trasferimento di risorse</strong>. Le ife fungine ampliano notevolmente la porzione di terreno esplorabile rispetto a quella raggiungibile dalle sole radici. Acqua e nutrienti minerali possono così essere intercettati e messi a disposizione della pianta.</p>
<p>All’interno di queste associazioni possono circolare anche composti del carbonio. Il fenomeno assume particolare interesse nel caso di vegetali che, temporaneamente o per le loro caratteristiche, hanno una capacità fotosintetica ridotta: per esempio piante molto giovani, esemplari che crescono in condizioni di forte ombreggiamento o specie prive di clorofilla.</p>
<p>La rete sotterranea, quindi, non rappresenta semplicemente un’estensione dell’apparato radicale, ma un sistema biologico nel quale possono avvenire scambi complessi.</p>
<h4>Le piante possono “avvisarsi” di un pericolo?</h4>
<p>Uno degli aspetti più affascinanti riguarda il ruolo delle reti micorriziche nella <strong>trasmissione di segnali.</strong> Le piante possiedono già diversi sistemi di comunicazione, tra cui il rilascio nell’ambiente di specifiche molecole. Le connessioni fungine possono rappresentare un’ulteriore via attraverso cui determinati segnali raggiungono altri organismi collegati alla medesima rete.</p>
<p>Quando una pianta viene sottoposta a uno stress, per esempio a causa dell’attacco di un patogeno o di un parassita, i segnali associati a questa condizione possono contribuire ad attivare più rapidamente meccanismi di difesa nelle piante connesse.</p>
<p>Naturalmente non si tratta di “messaggi” nel significato umano del termine. È un sistema di interazioni biochimiche che dimostra, ancora una volta, quanto siano sofisticate le relazioni presenti all’interno di un ecosistema.</p>
<p>Le ife possono inoltre facilitare la diffusione nel terreno di alcuni batteri utili alle piante, offrendo loro una via di spostamento anche in condizioni nelle quali la disponibilità di acqua è limitata.</p>
<h4>Una collaborazione iniziata centinaia di milioni di anni fa</h4>
<p>Il rapporto tra piante e funghi micorrizici ha origini antichissime. Le testimonianze fossili fanno risalire alcune di queste associazioni a circa <strong>460 milioni di anni fa</strong>, in un periodo collegato alle prime fasi della colonizzazione delle terre emerse da parte degli organismi vegetali. La simbiosi con i funghi potrebbe quindi aver accompagnato le piante per una parte enorme della loro storia evolutiva.</p>
<p>Oggi le associazioni micorriziche sono diffuse in moltissimi ecosistemi terrestri, dai boschi ai prati fino ai terreni agricoli, mentre risultano assenti o fortemente limitate negli ambienti acquatici e in alcune condizioni estreme.</p>
<h4>Numeri difficili persino da immaginare</h4>
<p>La vastità di questo mondo sotterraneo emerge anche dalle stime sulla quantità di ife presenti nel pianeta.</p>
<p>Considerando i funghi micorrizici arbuscolari, particolarmente importanti nelle relazioni con le piante, le stime globali descrivono una rete di filamenti dalle dimensioni impressionanti: se tutte le ife fossero idealmente disposte una dopo l’altra, la loro lunghezza complessiva raggiungerebbe valori dell’ordine di 110 milioni di miliardi di chilometri. Un’estensione difficile da rappresentare mentalmente e che aiuta a comprendere quanto il sottosuolo sia biologicamente ricco.</p>
<p>Questi funghi risultano associati a una quota molto ampia della vegetazione terrestre e possono moltiplicare enormemente la superficie attraverso cui un apparato radicale entra in contatto con il terreno. La loro capacità di crescere, ramificarsi e creare nuove connessioni permette la formazione di strutture estremamente estese.</p>
<p>Anche in termini di biomassa i numeri sono sorprendenti: le stime relative alle reti micorriziche arbuscolari indicano una massa complessiva che potrebbe essere diverse volte superiore a quella dell’intera popolazione umana.</p>
<h4>Un mondo nascosto che cambia il modo di osservare la natura</h4>
<p>La wood wide web ci ricorda che un ecosistema non è semplicemente la somma degli organismi che possiamo vedere. Sotto pochi centimetri di terreno si svolgono continuamente scambi e interazioni che coinvolgono piante, funghi, microrganismi, acqua e sostanze nutritive. Relazioni sviluppatesi nel corso di centinaia di milioni di anni e fondamentali per il funzionamento degli ambienti terrestri.</p>
<p>La prossima volta che passeggiamo in un bosco o attraversiamo un prato, quindi, possiamo provare a immaginare ciò che accade sotto i nostri piedi: una fitta trama microscopica che collega una parte del mondo vegetale e contribuisce, silenziosamente, alla vita dell’ecosistema.</p>
<p>Per approfondimenti: <strong><a href="https://almanacco.cnr.it/articolo/16232/wood-wide-web-la-rete-sotterranea-di-funghi-che-connette-le-piante" target="_blank" rel="noopener">ALMANACCO.CNR</a></strong></p>
<p><a href="https://www.previdir.it/news/" target="_blank" rel="noopener">LEGGI TUTTE LE ALTRE NEWS</a></p>
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		<title>Il segreto dei centenari potrebbe nascondersi nel sistema immunitario</title>
		<link>https://www.previdir.it/il-segreto-dei-centenari-potrebbe-nascondersi-nel-sistema-immunitario/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Cerina]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Aug 2026 07:28:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Salute]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa permette ad alcune persone di superare i 100 anni mantenendo un organismo capace di reagire alle minacce? Una delle risposte potrebbe trovarsi nel comportamento di alcune particolari cellule del sistema immunitario. Vivere più a lungo non significa semplicemente aggiungere anni alla propria vita. Una delle grandi sfide della ricerca sulla longevità è comprendere quali  [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa permette ad alcune persone di superare i 100 anni mantenendo un organismo capace di reagire alle minacce? Una delle risposte potrebbe trovarsi nel comportamento di alcune particolari cellule del sistema immunitario.</p>
<p>Vivere più a lungo non significa semplicemente aggiungere anni alla propria vita. Una delle grandi sfide della ricerca sulla longevità è comprendere quali meccanismi consentano ad alcune persone di raggiungere età eccezionalmente avanzate conservando una sorprendente capacità di adattamento dell&#8217;organismo.</p>
<h4>Proprio dal sistema immunitario arriva un&#8217;interessante indicazione</h4>
<p>Recenti ricerche sui centenari e sui supercentenari hanno infatti concentrato l&#8217;attenzione su una particolare popolazione di cellule immunitarie, i linfociti T citotossici CD4, presenti normalmente in quantità molto ridotte ma decisamente più numerose nelle persone estremamente longeve.</p>
<h4>Cellule immunitarie che cambiano con l&#8217;età</h4>
<p>Il nostro sistema immunitario è una macchina complessa, composta da cellule con funzioni differenti e complementari. Tra queste, i linfociti T svolgono un ruolo fondamentale nel riconoscere e contrastare le minacce per l&#8217;organismo.</p>
<p>Ciò che ha attirato l&#8217;attenzione dei ricercatori è il comportamento di una particolare tipologia di queste cellule. Nei soggetti che raggiungono e superano i 100 anni, la loro presenza sembra aumentare progressivamente, raggiungendo livelli particolarmente elevati nei supercentenari, cioè nelle persone con più di 110 anni.</p>
<p>Un fenomeno che potrebbe indicare come, anche in età estremamente avanzata, il sistema immunitario sia ancora in grado di modificarsi in risposta alle sollecitazioni che incontra.</p>
<h4>Cosa rende particolari queste cellule?</h4>
<p>I linfociti T citotossici CD4 non si limitano a partecipare al coordinamento della risposta immunitaria, ma possiedono anche la capacità di attaccare direttamente determinate cellule considerate dannose per l&#8217;organismo.</p>
<p>Un altro elemento interessante riguarda la loro capacità di moltiplicarsi. Quando riconoscono determinati bersagli, queste cellule possono infatti generare numerosi cloni.</p>
<p>Proprio una maggiore presenza di cloni cellulari è stata osservata nei soggetti con livelli più elevati di questi particolari linfociti.</p>
<p>L&#8217;ipotesi è quindi affascinante: l&#8217;aumento registrato nelle persone più longeve potrebbe rappresentare non soltanto una conseguenza dell&#8217;invecchiamento, ma una forma di adattamento del sistema immunitario a stimoli persistenti accumulati nel corso della vita.</p>
<h4>Cosa hanno osservato i ricercatori</h4>
<p>Per approfondire il fenomeno sono stati confrontati soggetti appartenenti a differenti fasce di età, comprendendo persone tra i 70 e i 99 anni, centenari e supercentenari.</p>
<p>L&#8217;analisi di oltre 40.000 linfociti T ha evidenziato una crescita della proporzione dei linfociti T citotossici CD4 con l&#8217;aumentare dell&#8217;età, con i valori maggiori proprio tra gli individui più longevi.</p>
<p>La tendenza è stata successivamente esaminata anche attraverso un insieme di dati molto più ampio, relativo a circa 1.500 persone di età differenti, ottenendo indicazioni nella stessa direzione.</p>
<p>Abbiamo scoperto uno dei segreti della longevità? Non ancora.</p>
<p>Ed è probabilmente questo l&#8217;aspetto più importante da sottolineare: il fatto che queste cellule siano particolarmente presenti negli individui molto longevi non permette di concludere che siano responsabili della loro longevità.</p>
<p>Occorreranno ulteriori ricerche per capire esattamente quale funzione svolgano e se la loro maggiore presenza produca effettivamente un beneficio per l&#8217;organismo.</p>
<p>Potrebbero rappresentare un meccanismo protettivo sviluppato nel corso degli anni, oppure essere semplicemente il risultato dell&#8217;adattamento necessario alle cellule stesse per continuare a sopravvivere in un organismo molto anziano.</p>
<h4>Invecchiare è anche una questione di adattamento</h4>
<p>La scoperta apre comunque una prospettiva interessante sul modo in cui consideriamo l&#8217;invecchiamento.</p>
<p>Anche dopo un secolo di vita, infatti, il sistema immunitario potrebbe conservare una capacità di risposta e trasformazione maggiore di quanto si possa immaginare.</p>
<p>Comprendere questi meccanismi potrebbe aiutare la ricerca futura a individuare i fattori biologici associati non soltanto alla durata della vita, ma soprattutto alla possibilità di invecchiare in condizioni migliori.</p>
<p>Ed è proprio qui che si trova una delle sfide più importanti della longevità moderna: non soltanto vivere più a lungo, ma comprendere come favorire un invecchiamento il più possibile sano e attivo.</p>
<p>Alimentazione equilibrata, attività fisica, prevenzione e controlli appropriati all&#8217;età rimangono oggi strumenti fondamentali per prendersi cura della propria salute. La ricerca sui centenari aggiunge però un ulteriore tassello alla conoscenza di un organismo che, persino dopo 100 anni, può continuare a sorprenderci.</p>
<p>Per approfondimenti: <strong><a href="https://www.lescienze.it/salute-e-medicina/2026/08/20/news/gli_ultracentenari_hanno_un_sistema_immunitario_dai_poteri_straordinari-22563172/" target="_blank" rel="noopener">LESCIENZE</a></strong></p>
<p><a href="https://www.previdir.it/news/" target="_blank" rel="noopener">LEGGI TUTTE LE ALTRE NEWS</a></p>
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		<title>Colesterolo LDL: perché da solo non basta a valutare il rischio cardiovascolare</title>
		<link>https://www.previdir.it/colesterolo-ldl-perche-da-solo-non-basta-a-valutare-il-rischio-cardiovascolare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Cerina]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Aug 2026 07:53:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Salute]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per molti anni il colesterolo LDL, comunemente definito "colesterolo cattivo", è stato considerato il principale responsabile delle malattie cardiovascolari. Oggi la ricerca conferma che livelli elevati di LDL rappresentano uno dei più importanti fattori di rischio per l'aterosclerosi, ma evidenzia anche che il rischio di infarto o ictus dipende dall'interazione di numerosi elementi, non da  [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Per molti anni il colesterolo LDL, comunemente definito &#8220;colesterolo cattivo&#8221;, è stato considerato il principale responsabile delle malattie cardiovascolari. Oggi la ricerca conferma che livelli elevati di LDL rappresentano uno dei più importanti fattori di rischio per l&#8217;aterosclerosi, ma evidenzia anche che il rischio di infarto o ictus dipende dall&#8217;interazione di numerosi elementi, non da un singolo valore riportato negli esami del sangue.</p>
<h4>Il colesterolo è importante, ma non è l&#8217;unico fattore</h4>
<p>Le principali società scientifiche internazionali, tra cui la European Society of Cardiology (ESC) e l&#8217;American Heart Association (AHA), riconoscono il colesterolo LDL come uno dei principali fattori coinvolti nello sviluppo dell&#8217;aterosclerosi.</p>
<p>Allo stesso tempo, le più recenti linee guida sottolineano che il rischio cardiovascolare deve essere valutato nel suo complesso. Oltre ai livelli di colesterolo, entrano infatti in gioco numerosi altri elementi, tra cui:</p>
<ul>
<li><strong>età;</strong></li>
<li><strong>pressione arteriosa;</strong></li>
<li><strong>diabete;</strong></li>
<li><strong>abitudine al fumo;</strong></li>
<li><strong>familiarità per malattie cardiovascolari;</strong></li>
<li><strong>sovrappeso e obesità;</strong></li>
<li><strong>funzionalità renale;</strong></li>
<li><strong>alimentazione e attività fisica.</strong></li>
</ul>
<p>Per questo motivo, due persone con lo stesso valore di colesterolo LDL possono avere un rischio cardiovascolare molto diverso.</p>
<h4>Come si forma la placca aterosclerotica</h4>
<p>Il colesterolo svolge funzioni essenziali per l&#8217;organismo: è un componente delle membrane cellulari, partecipa alla produzione di ormoni e vitamina D ed è indispensabile per numerosi processi biologici.</p>
<p>Il problema nasce quando le lipoproteine LDL penetrano nella parete delle arterie e, attraverso processi di ossidazione e infiammazione, contribuiscono alla formazione della placca aterosclerotica.</p>
<p>Negli ultimi anni la ricerca ha approfondito sempre di più il ruolo dell&#8217;infiammazione cronica e dello stress ossidativo nell&#8217;evoluzione dell&#8217;aterosclerosi. Questi meccanismi non sostituiscono il ruolo del colesterolo LDL, ma aiutano a comprendere perché la malattia cardiovascolare sia un processo complesso e multifattoriale.</p>
<h4>Ridurre il colesterolo resta un obiettivo fondamentale</h4>
<p>Pur riconoscendo la complessità della malattia aterosclerotica, le evidenze scientifiche continuano a dimostrare che ridurre i livelli di colesterolo LDL diminuisce il rischio di eventi cardiovascolari, soprattutto nelle persone ad alto rischio.</p>
<p>Per questo motivo la riduzione del colesterolo rappresenta ancora oggi uno dei pilastri della prevenzione, insieme al controllo della pressione arteriosa, della glicemia, del peso corporeo e all&#8217;adozione di uno stile di vita sano.</p>
<p>L&#8217;obiettivo terapeutico, tuttavia, non è uguale per tutti: viene definito in base al profilo di rischio individuale e alla presenza di eventuali patologie cardiovascolari già diagnosticate.</p>
<h4>Statine: quando sono indicate</h4>
<p>Le statine sono tra i farmaci più studiati e utilizzati nella prevenzione cardiovascolare. Numerosi studi clinici hanno dimostrato che riducono significativamente il rischio di infarto, ictus e mortalità cardiovascolare nelle persone che hanno già avuto un evento cardiovascolare o presentano un rischio elevato.</p>
<p>Ciò non significa, però, che debbano essere prescritte automaticamente a chiunque presenti un valore di colesterolo superiore alla norma. La decisione terapeutica deve sempre tenere conto del rischio cardiovascolare complessivo, dell&#8217;età, delle condizioni cliniche e delle caratteristiche del singolo paziente.</p>
<h4>La prevenzione parte dallo stile di vita</h4>
<p>La salute del cuore non dipende esclusivamente dai valori del colesterolo. Seguire un&#8217;alimentazione equilibrata, praticare regolarmente attività fisica, mantenere un peso adeguato, non fumare e controllare pressione arteriosa e diabete rappresentano strategie fondamentali per ridurre il rischio cardiovascolare.</p>
<p>Gli esami del sangue sono uno strumento prezioso, ma devono essere interpretati dal medico nel contesto della storia clinica della persona e degli altri fattori di rischio.</p>
<h4>Un approccio sempre più personalizzato</h4>
<p>La medicina moderna si orienta verso una valutazione sempre più personalizzata del rischio cardiovascolare. Il colesterolo LDL continua a rappresentare un indicatore fondamentale, ma non può essere considerato isolatamente.</p>
<p>Integrare dati clinici, fattori di rischio, stile di vita e caratteristiche individuali consente di costruire strategie di prevenzione e trattamento più efficaci, con l&#8217;obiettivo di ridurre realmente il rischio di infarto e ictus e migliorare la salute cardiovascolare nel lungo periodo.</p>
<p>Per approfondimenti: <strong><a href="https://www.starbene.it/salute/non-solo-ldl-cosa-succede-davvero-alle-tue-arterie-e-perche-non-e-solo-colpa-del-colesterolo/" target="_blank" rel="noopener">STARBENE.IT</a></strong></p>
<p><a href="https://www.previdir.it/news/" target="_blank" rel="noopener">LEGGI TUTTE LE ALTRE NEWS</a></p>
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		<title>Creatina: dalla performance fisica all&#8217;invecchiamento attivo, cosa dice la ricerca su uno degli integratori più studiati</title>
		<link>https://www.previdir.it/creatina-dalla-performance-fisica-allinvecchiamento-attivo-cosa-dice-la-ricerca-su-uno-degli-integratori-piu-studiati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Cerina]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Aug 2026 07:42:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Salute]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per molti anni la creatina è stata considerata un integratore destinato quasi esclusivamente agli sportivi. Oggi, però, la ricerca scientifica sta ampliando lo sguardo, studiandone il possibile ruolo anche nella salute muscolare, nell'invecchiamento attivo e nel benessere delle donne in menopausa. Che cos'è la creatina La creatina è una sostanza prodotta naturalmente dall'organismo a partire  [...]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.previdir.it/creatina-dalla-performance-fisica-allinvecchiamento-attivo-cosa-dice-la-ricerca-su-uno-degli-integratori-piu-studiati/">Creatina: dalla performance fisica all&#8217;invecchiamento attivo, cosa dice la ricerca su uno degli integratori più studiati</a> proviene da <a href="https://www.previdir.it">Previdir</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Per molti anni la creatina è stata considerata un integratore destinato quasi esclusivamente agli sportivi. Oggi, però, la ricerca scientifica sta ampliando lo sguardo, studiandone il possibile ruolo anche nella salute muscolare, nell&#8217;invecchiamento attivo e nel benessere delle donne in menopausa.</p>
<h4>Che cos&#8217;è la creatina</h4>
<p>La creatina è una sostanza prodotta naturalmente dall&#8217;organismo a partire da alcuni aminoacidi ed è presente anche negli alimenti, soprattutto carne e pesce. Circa il 95% delle sue riserve si trova nei muscoli, dove svolge una funzione essenziale nella produzione di energia. Durante attività brevi e intense – come uno sprint, un allenamento con i pesi o uno sforzo esplosivo – aiuta infatti a rigenerare rapidamente l&#8217;ATP, la principale fonte energetica delle cellule.</p>
<p>In pratica, rappresenta una riserva di energia immediatamente disponibile che permette ai muscoli di sostenere meglio gli sforzi intensi e di recuperare più efficacemente tra una serie e l&#8217;altra.</p>
<p>Le persone che seguono un&#8217;alimentazione vegetariana o vegana assumono generalmente meno creatina attraverso la dieta, anche se l&#8217;organismo continua a produrne autonomamente quantità sufficienti per il normale funzionamento.</p>
<h4>Perché è così utilizzata nello sport</h4>
<p>La popolarità della creatina deriva dal fatto che numerosi studi hanno dimostrato come, associata a un programma di allenamento adeguato, possa contribuire a migliorare forza, potenza e capacità di sostenere esercizi ad alta intensità. Per questo motivo è particolarmente diffusa nelle discipline che richiedono movimenti esplosivi o ripetuti, come il sollevamento pesi, gli sprint e molti sport di squadra.</p>
<p>Tuttavia, l&#8217;interesse della comunità scientifica va ormai oltre il miglioramento della performance atletica.</p>
<h4>Un possibile alleato contro la perdita di massa muscolare</h4>
<p>Con l&#8217;avanzare dell&#8217;età è fisiologico assistere a una progressiva riduzione della massa e della forza muscolare, un fenomeno noto come sarcopenia, che può compromettere autonomia, equilibrio e qualità della vita. Negli ultimi anni diversi studi hanno valutato il ruolo della creatina come supporto al mantenimento della funzione muscolare negli adulti più anziani.</p>
<p>Le evidenze più solide indicano che, quando viene associata a un programma di esercizi di forza, la supplementazione può favorire maggiori incrementi di forza e massa muscolare rispetto al solo allenamento.</p>
<p>È importante sottolineare che la creatina non sostituisce l&#8217;attività fisica: il beneficio emerge soprattutto quando viene inserita all&#8217;interno di uno stile di vita attivo e di una corretta alimentazione.</p>
<h4>Creatina e salute del cervello: cosa sappiamo</h4>
<p>La ricerca sta esplorando anche un possibile ruolo della creatina nella salute cerebrale. Il cervello, infatti, utilizza lo stesso sistema energetico creatina-fosfocreatina presente nei muscoli. Per questo motivo gli studiosi stanno valutando se l&#8217;integrazione possa influire positivamente sulla funzione cognitiva in alcune condizioni.</p>
<p>Al momento, però, le prove scientifiche non sono ancora sufficienti per trarre conclusioni definitive e saranno necessari ulteriori studi.</p>
<h4>Menopausa: perché cresce l&#8217;interesse</h4>
<p>Anche la salute femminile rappresenta un ambito di crescente interesse: durante la menopausa la diminuzione degli estrogeni può favorire una progressiva perdita di massa muscolare e modificare la composizione corporea. Molte donne sperimentano una maggiore difficoltà nel mantenere forza e tono muscolare rispetto agli anni precedenti.</p>
<p>Le ricerche suggeriscono che la creatina, se associata a un programma di esercizi di resistenza, possa contribuire a preservare la massa muscolare e migliorare la capacità funzionale nelle donne in post-menopausa. Ciò potrebbe tradursi in una maggiore autonomia nello svolgimento delle attività quotidiane, una migliore risposta all&#8217;allenamento e, nel lungo periodo, in una riduzione del rischio di fragilità e cadute.</p>
<p>Anche in questo caso, la creatina non rappresenta una terapia per la menopausa, ma un possibile supporto da valutare insieme al medico o a un professionista della nutrizione.</p>
<h4>Come si assume</h4>
<p>La forma più studiata e utilizzata è la creatina monoidrato. Nella maggior parte degli studi il dosaggio efficace è compreso tra 3 e 5 grammi al giorno, assunti con continuità. Non è generalmente necessario effettuare cicli di sospensione, poiché l&#8217;efficacia dipende dal progressivo aumento delle riserve muscolari.</p>
<p>Alcuni protocolli prevedono una fase iniziale di &#8220;carico&#8221; con dosi più elevate, utile soltanto per raggiungere più rapidamente la saturazione delle riserve, ma non indispensabile.</p>
<h4>Sicurezza: cosa dicono gli studi</h4>
<p>La creatina monoidrato è considerata uno degli integratori con il maggior numero di studi disponibili. Nelle persone sane, assunta ai dosaggi raccomandati, è generalmente ben tollerata anche nel lungo periodo. Un lieve aumento di peso nelle prime settimane è frequente ed è dovuto principalmente a una maggiore ritenzione di acqua all&#8217;interno delle cellule muscolari, non a un incremento della massa grassa.</p>
<p>Chi soffre di patologie renali o presenta condizioni cliniche particolari dovrebbe comunque consultare il proprio medico prima di iniziare qualsiasi integrazione.</p>
<h4>Un supporto, non una scorciatoia</h4>
<p>La creatina non è una soluzione miracolosa e non può sostituire una dieta equilibrata o l&#8217;attività fisica. Le evidenze scientifiche mostrano però che, se utilizzata correttamente e sotto la guida di un professionista quando necessario, può rappresentare un valido supporto in diversi contesti: dalla performance sportiva al mantenimento della massa muscolare durante l&#8217;invecchiamento, fino alla salute delle donne in menopausa.</p>
<p>La ricerca continua a studiarne le potenziali applicazioni, ma il messaggio resta lo stesso: il benessere nasce sempre dall&#8217;equilibrio tra alimentazione, movimento e corretti stili di vita.</p>
<p>Per approfondimenti: <strong><a href="https://www.starbene.it/salute/creatina-benefici-sicurezza/" target="_blank" rel="noopener">STARBENE.IT</a></strong></p>
<p><a href="https://www.previdir.it/news/" target="_blank" rel="noopener">LEGGI TUTTE LE ALTRE NEWS</a></p>
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