La verità assoluta sulla sofferenza umana non è mai una certezza per nessuna disciplina, tradizionale o alternativa che sia.

L’importante è non smettere mai di cercarla: con amore, umiltà, scienza e coscienza, imparando dai successi e dagli errori del passato e avendo una sufficiente apertura mentale, al fine di non scambiare per certezze assolute vecchi dogmi e pregiudizi, anche quando ben radicati nel nostro imprinting culturale.

Tra arte e scienza Circa 2500 anni fa Ippocrate ha definito l’arte medica come un insieme di pratiche mirate a ripristinare l’equilibrio, l’armonia e la salute del paziente. Per il padre della medicina, il medico dovrebbe seguire gli insegnamenti della Natura e ascoltare il corpo, che ha già in sé i mezzi della guarigione. Nei secoli successivi la medicina si è arricchita di nuove conoscenze.

La suddivisione del sapere medico in branche specialistiche ha formato sempre più medici specialisti d’organo (il dermatologo come specialista della pelle, l’oculista come specialista degli occhi, lo psichiatra come specialista della mente), a scapito della visione unitaria dell’individuo, sempre più simile a un insieme di pezzi isolati e difettosi, da riparare in tempi e sedi separate. Ciascun settore della scienza ha interpretato la salute secondo il proprio punto di vista, inciampando a volte in facili riduzionismi. Ogni contesto storico e geografico ha avuto i propri paradigmi scientifici, non sempre esenti da credenze e dogmi condivisi, talora elevati a rango di certezze. La scienza esprime l’insieme delle conoscenze in un determinato momento storico. Ciò che un tempo fu considerato scientifico, oggi non lo è più e in futuro sarà ancora così. Per migliaia di anni la medicina orientale ha studiato e assistito l’essere umano nel suo insieme, in simbiosi con la sua rete sociale e con i ritmi della natura: suprema guaritrix.

Troppa medicina

La scienza moderna ha avuto il grande merito di decifrare i singoli ingranaggi molecolari di un sistema complesso qual è l’essere umano, continuando però a studiarli singolarmente, osservandoli da troppo vicino e supportandoli talora in maniera isolata e meccanicistica, a scapito di una visione d’insieme della Vita. Si è passati così dal determinismo genetico (tutto dipende dai geni), all’organocentrismo (siamo un insieme di pezzi isolati e difettosi, da riparare in tempi e sedi separate), allo psicocentrismo (tutto dipende dalla mente), al riduzionismo alimentare (siamo ciò che introduciamo con gli alimenti), al tecnocentrismo (tutto si può prevenire con un test di laboratorio), fino al farmacocentrismo (tutto si aggiusta con i farmaci).

Eppure le cellule e i tessuti si autoregolano da sempre senza l’azione intenzionale dell’essere umano, secondo i propri riflessi epigenetici e morfogenetici filogeneticamente appresi, in cui efficienza e sopravvivenza sono le vere finalità di qualsiasi azione biologica (biocentrismo). Antiche pratiche come la fitoterapia, la medicina tradizionale cinese e la medicina ayurvedica indiana sono state nei secoli rimpiazzate da quella che oggi consideriamo scienza, e che tra qualche secolo non sarà poi tanto diversa dai salassi, dalle tonsillectomie preventive di massa e dai miasmi del passato.

Così come in passato eravamo convinti di essere nel giusto, continuiamo anche oggi a dare per scontato che le nostre attuali conoscenze mediche siano migliori di quelle che avevamo ieri. Rispetto a prima, è soltanto aumentata la più terrificante tra le malattie contagiose: la paura, che un tempo si trasmetteva solo per contatto (di solito a scuola o in famiglia), mentre oggi si diffonde soprattutto per via telematica, portando inevitabilmente a una deriva consumistica, farmacocentrica e tecnocentrica della salute, a colpi di overdiagnosis (sovradiagnosi) e overtreatment (abuso di farmaci).

Le medicine alternative

I farmaci sono una straordinaria conquista e ci permettono di salvare la vita di fronte a emergenze cruciali. Ne sono un esempio il cortisone e l’adrenalina utilizzati in corso di shock anafilattico, così come il comune anestetico impiegato dal dentista. È illusorio pensare di recuperare il nostro benessere e superare ogni piccolo malanno di poco conto sempre e soltanto a colpi di chimica. Come dermatologo mi occupo da oltre vent’anni di problemi di pelle, e ho notato che in questi ultimi tempi stiamo andando verso una società sempre più spaventata, scettica, dogmatica e affetta da curomanìa, che si illude di recuperare il benessere della pelle concentrandosi unicamente sulla soppressione dei suoi segnali di allarme, mediante l’applicazione di dispositivi occlusivi derivati dal petrolio e l’assunzione di integratori alimentari di ogni tipo, anche quando superflui. Di fronte a un qualsiasi problema di salute il medico rimane il punto di riferimento per inquadrare clinicamente il paziente, e procedere con le terapie più appropriate evitando, quando possibile, inutili allarmismi a forte impatto nocebo.

I farmaci sono strumenti preziosi, purché utilizzati quando realmente servono per accompagnare precise risposte biologiche e per il tempo indicato dal proprio medico, evitando inutili abusi fai da te. La straordinaria capacità di autoguarigione del corpo umano non è però sinonimo di attesa passiva e non deve mai diventare un alibi per non curare o per non curarsi. Purtroppo, però, medicinali salvavita come il cortisone e gli antibiotici rischiano di passare da preziosi farmaci dell’emergenza a beni di consumo utili per ogni occasione, da utilizzare in casa di fronte ai primi starnuti, in un overtreatment che spazia dalla medicina autodidatta del paziente a quella difensiva del medico. Attualmente il progresso tecnologico inizia a prevalere sulla relazione umana, e stiamo passando da un rapporto di alleanza terapeutica tra medico e paziente a una rigida prestazione tra operatore della salute e cliente. Di questo passo ci avviciniamo a una graduale medicalizzazione della vita, con la conversione di quelli che erano gli ambulatori medici in catene di esercizi commerciali da grande distribuzione, rischiando di correggere con la chimica persino i normali processi di adattamento fisiologico della vita, e di trasformare sempre più persone sane in potenziali pazienti bisognosi di cure. In questo modo la persona sofferente diventerà un insieme di sintomi da curare con una lista di farmaci, sulla base di osservazioni statistiche in cui non vi è spazio per il lato umano della sofferenza.

Aiutare una persona a superare uno stato di sofferenza è molto di più che applicare alla lettera un protocollo identico per gruppi di pazienti, poiché il disagio è sempre qualcosa di individuale e soggettivo. L’arte medica di agire secondo buon senso, scienza e coscienza, è sempre più codificata in procedure standard come da contratto scritto (consenso informato, foglietto illustrativo, protocolli, DRG, linee guida), prevedendo per ogni malessere, anche minimo o momentaneo, sempre un’etichetta diagnostica e una cura, secondo l’equazione sintomo = malattia = farmaco, con un rimedio diverso per ogni sintomo. Sono convinto che il ritorno a un approccio più umano della professione medica non sia soltanto un dovere, ma possa anche migliorare l’efficacia delle cure. L’arte medica di convertire le paure del paziente in spiegazioni, e quando possibile in ottimismo e coraggio, non può limitarsi al solo consumo e distribuzione degli innumerevoli prodotti chimici, continuamente immessi sul mercato, sintetici o naturali essi siano.

Una sola medicina

La medicina è una sola, ed è quella che funziona per quella determinata persona. Considero le medicine chiamate comunemente alternative, così come quelle tradizionali, un grande patrimonio dell’umanità, in un’ottica integrata di medicina preventiva e complementare. Da sempre il medico lavora in armonia con la natura e non contro di essa, utilizzando quando possibile i rimedi naturali e quando serve il farmaco. Nessun medico coscienzioso, neppure quello che ricorre ad approcci alternativi, è contrario all’uso intelligente e mirato dei farmaci. Semmai siamo contrari al loro abuso. In tanti anni trascorsi a fare il medico cerco di schierarmi sempre dalla parte dell’ammalato e non dalla parte di alcuna fede, accademica o alternativa.

Apprezzare il tipo di approccio al paziente che utilizza il medico omeopata non vuol dire che i farmaci devono essere sostituiti dai rimedi omeopatici, ciò è spesso inutile, dogmatico e qualche volta persino dannoso. Da medico di formazione accademica tradizionale, di fronte alle comuni problematiche dermatologiche utilizzo quotidianamente i farmaci ordinari, così come gli esami diagnostici e strumentali normalmente previsti. Da anni utilizzo anche l’omeopatia di cui apprezzo molto il modo di esaminare e ascoltare il paziente a 360 gradi, senza limitarsi a guardare la chiazza cutanea in un contesto isolato dal resto della persona e dalla sua rete di relazioni sociali. In tutti questi anni ho ascoltato le storie di tantissime persone che, di fronte a una manifestazione cutanea a decorso cronico recidivante e resistente alle comuni terapie, hanno deciso di ricorrere a cure alternative. Ho incontrato persone che mi hanno riferito di aver risolto un’orticaria cronica con un antistaminico di pochi euro, altre che invece con un rimedio omeopatico, l’agopuntura o adottando una dieta priva di latticini, e qualcuno mi ha riferito persino che la sua orticaria è misteriosamente scomparsa proprio nel momento in cui ha deciso di rimettersi al timone della propria vita, lasciandosi alle spalle anni di farmaci, diete, esami e continue visite mediche. Se strumenti terapeutici così diversi sono in grado di far rientrare la stessa manifestazione cutanea, evidentemente ci sono delle dinamiche che vanno al di là della “lotta” contro il sintomo cutaneo, e che andrebbero piuttosto ricercate nello studio degli automatismi difensivi della pelle (lesioni elementari), rimasti fondamentalmente gli stessi nel corso dell’evoluzione, incuranti delle migliaia di terapie disponibili, che variano a seconda della branca medica di appartenenza, del momento storico e del Paese di riferimento.

Ma se le manifestazioni cutanee possono essere curate con le terapie farmacologiche e chirurgiche, la sofferenza del paziente può essere alleviata attraverso l’ascolto, il dialogo, la reciprocità e la partecipazione al suo disagio. Questi ultimi aspetti possono favorire l’alleanza terapeutica migliorando l’adesione alle terapie, ma non sono pratiche alternative, in quanto già parte integrante della normale relazione medi co-paziente. Continuiamo ad accettare dogmaticamente come scientifici i prodotti anti rughe, anti cellulite, anti calvizie, anti smagliature, anti occhiaie, anti macchie brune, anti couperose e peli superflui, solo perché corredati da lavori scientifici di supporto al materiale promozionale, anche quando nella pratica quotidiana si rivelano inutili. Con lo stesso atteggiamento dogmatico i professionisti della salute che ironicamente sorridono al sentir parlare di ormesi, ipnosi, pet therapy e medicina narrativa, si ritrovano invece ad accettare come scientifico il farmaco anti rughe o anti calvizie di turno, anche quando palesemente inutile, purché corredato da qualche dato statistico formalmente certificato.

Se di fronte a una manifestazione cutanea ricorrente e resistente ai farmaci suggeriamo, in affiancamento alla terapia, un integratore alimentare esso è ritenuto scientifico, anche nelle persone in cui può essere superfluo. Alcune creme cosmetiche, per esempio quelle idratanti, vengono addirittura considerate dispositivi medici (medical device), anche quando al loro interno contengono poco più che paraffina liquida. Se invece alla terapia convenzionale affianchiamo, per esempio, un rimedio omeopatico ci ritroviamo di fronte a un muro di pregiudizi, che passano dal placebo (nei casi in cui apporta benefici) alla pseudoscienza (quando è di scarsa utilità). Occorre, a tutti i livelli, ritrovare il buon senso ed evitare gli eccessi sia di allarmismi sia di scetticismi. I ritmi esponenziali della società moderna, l’oceano di informazioni mediatiche in cui siamo quotidianamente immersi e la mancanza di tempo per verificare le cose secondo buon senso e spirito critico dividono sempre più le persone tra due eccessi opposti: conformisti e anticonformisti. Da una parte c’è chi considera come oro colato gran parte delle cose che legge o che ascolta, e dall’altra c’è il complottista, che inconsapevolmente fa la stessa cosa: credere senza verificare. Con un po’ di curiosità e spirito critico possiamo osservare le cose da più punti di vista e verificarle prima di credere. Solo così eviteremo di barattare qualche dubbio irrisolto della scienza accademica con altrettante illusioni. Nella vita però, mi hanno sempre più spaventato le pseudocertezze che le pseudoscienze. Almeno queste ultime possiamo rimetterle in discussione in maniera democratica e costruttiva.

 

Fonte: Scienza Conoscenza

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