L’ascesa di COVID-19 e il crollo dei virus influenzali

Articolo del 19 Gennaio 2021

Dall’uso delle mascherine al frequente lavaggio delle mani fino al distanziamento sociale, le misure adottate per cercare di controllare la pandemia da SARS-CoV-2 stanno stroncando l’influenza stagionale e buona parte delle altre malattie infettive respiratorie, e alcuni ricercatori sospettano che al fenomeno contribuisca anche una “guerra per la supremazia” fra i diversi tipi di virus.

A metà dicembre, di solito nell’emisfero settentrionale è già iniziata da un pezzo l’annuale stagione del raffreddore e dell’influenza; invece quest’anno, mentre la pandemia di COVID-19 registra picchi in decine di paesi, i livelli di molte delle infezioni stagionali più comuni si mantengono estremamente bassi.

La pandemia causata dal coronavirus SARS-CoV-2 ha contagiato almeno 88 milioni di persone in tutto il mondo e ne ha uccise 1,9 milioni [dati aggiornati all’11 gennaio 2021]. L’insieme delle varie misure per combattere la pandemia (dalle chiusure temporanee alle mascherine, dal distanziamento sociale, all’aumento dell’igiene personale e alla diminuzione degli spostamenti) ha avuto un impatto enorme anche su altre comuni malattie respiratorie.

L’emisfero meridionale, che ora ha superato l’inverno, non è stato colpito quasi per niente dall’influenza stagionale, e sembra che possa accadere altrettanto anche al nord. Al contrario, alcuni virus del raffreddore comune hanno prosperato ed esistono prove, che fanno ben sperare, secondo le quali in alcuni casi questi virus potrebbero offrire una certa protezione contro COVID-19.


Fotografia al microscopio elletronici di alcune particelle del virus SARS-CoV-2 isolate da un paziente  
(© NIAID)

Benché l’umanità soffra da moltissimo tempo di raffreddore e influenza, i virus che li causano sono ancora avvolti da molti misteri. Gli scienziati sperano che l’insolita stagione di quest’anno possa rivelare nuove informazioni sulla trasmissione e il comportamento di questi ospiti annuali indesiderati: come rispondono alle misure sanitarie, come interagiscono e che cosa ciò possa significare a lungo termine per il carico pandemico.

“È un esperimento naturale per tantissimi virus respiratori”, commenta Sonja Olsen, epidemiologa al National Center for Immunization and Respiratory Diseases, che fa parte dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC) di Atlanta.

L’influenza svanisce

A maggio, quando la prima ondata di morti da COVID-19 stava giungendo al termine in molte nazioni ed erano ancora in vigore alcuni dei lockdown più severi, nell’emisfero settentrionale gli operatori sanitari hanno notato un’interruzione improvvisa e anticipata dell’influenza stagionale 2019-2020.

È possibile che si sia trattato di una distorsione dovuta al fatto che meno persone si facevano visitare, dicono gli esperti, ma si poteva attribuire anche all’efficacia di misure come il distanziamento sociale. Per esempio, dopo l’inizio della pandemia negli Stati Uniti il numero dei positivi ai test per l’influenza è crollato del 98 per cento, mentre il numero di campioni sottoposti al test era sceso solo del 61 per cento. Alla fine, la stagione influenzale 2019-2020, sempre negli Stati Uniti, è stata dichiarata “moderata” dai CDC, secondo le cui stime 38 milioni di persone si sono ammalate di influenza e 22.000 sono morte. Sono numeri più bassi rispetto agli ultimi anni precedenti, ma non inauditi.

Dopo essere finita in anticipo nel nord, la stagione influenzale non è quasi iniziata affatto nell’emisfero meridionale, che ha registrato un numero incredibilmente basso di casi di influenza stagionale tra aprile e luglio 2020, anche quando nel frattempo i casi di COVID-19 in tutto il mondo continuavano ad aumentare. In totale tra Australia, Cile e Sud Africa sono stati individuati solo 51 casi di influenza su più di 83.000 test. “Sappiamo che è meno trasmissibile del coronavirus, perciò ha senso”, commenta Olsen, ma il calo è stato comunque “maggiore di quanto ci aspettassimo”. L’assenza dell’influenza è stata attribuita alle misure anti-pandemia, ma queste non bastano a spiegare tutto.

“Alcuni paesi sudamericani non hanno fatto un buon lavoro nel controllo di COVID, ma persino lì l’influenza è ridotta”, afferma il virologo Richard Webby del St Jude’s Hospital di Memphis, in Tennessee. “Non credo che si possa ascrivere tutto questo all’uso delle mascherine e al distanziamento sociale.” Webby sospetta che abbia avuto un ruolo anche la mancanza di spostamenti internazionali. Di solito l’influenza fa il giro del mondo da un inverno all’altro, mantenendo una presenza più limitata per tutto l’anno ai tropici. Anche se i meccanismi alla base di questo comportamento non sono del tutto chiari, è evidente che vi contribuisce lo spostamento della gente.

Anche l’aumento delle vaccinazioni contro l’influenza può aver contribuito alla sua scomparsa. In Australia, per esempio, a maggio 2020 erano stati somministrati 7,3 milioni di vaccini antinfluenzali, mentre alla stessa data nel 2019 i vaccini erano stati 4,5 milioni, e 3,5 milioni nel 2018. Non è ancora chiaro se la stessa tendenza si manterrà anche al nord.

Negli Stati Uniti i tassi di vaccinazione contro l’influenza stagionale sono in aumento da anni: nel 2018-2019 è stata vaccinata un po’ più della metà della popolazione statunitense al di sopra dei sei mesi di età, con un aumento di 2,6 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Ma non è chiaro se quest’anno gli statunitensi saranno più o meno propensi di prima a vaccinarsi contro l’influenza, soprattutto considerando che sullo sfondo c’è una situazione in pieno subbuglio, tra pandemia e cambio di presidente.

Incognite virali

Quasi tutti gli esperti scommettono, seppur con prudenza, su una stagione influenzale di quest’anno molto blanda per l’emisfero settentrionale. Sarebbe una buona notizia su molti fronti; in particolare aiuterebbe ad alleviare il carico che eventuali ondate simultanee di influenza e COVID-19 imporrebbero al sistema sanitario, dagli ospedali ai laboratori di analisi.

Ma potrebbero esserci delle sorprese. Per esempio, nessuno sa davvero perché una nazione come l’Australia sia stata pesantemente colpita dall’influenza per diversi anni mentre un’altra nazione vicina come la Nuova Zelanda ha visto solo tassi d’incidenza molto bassi, afferma Webby. Non conosciamo a fondo neanche la stagionalità dell’influenza, né il modo preciso in cui viaggia nel mondo. “Non abbiamo una comprensione molto chiara del motivo per cui è una malattia stagionale”, aggiunge il virologo. Ricavare nuove informazioni sull’influenza dai dati di quest’anno sarà interessante ma difficile, commenta Olsen, perché le politiche in atto contro la pandemia e il modo in cui sono rispettate variano a livello nazionale, statale e persino di quartiere.

Inoltre queste nuove tendenze possono non essere prive di conseguenze. Se la stagione influenzale di quest’anno nell’emisfero settentrionale finirà davvero per smorzarsi, potrebbe diventare più difficile prevedere quali siano i ceppi giusti di virus da mettere nel vaccino antinfluenzale del 2021. Potrebbero anche esserci conseguenze interessanti più a lungo termine. Webby ipotizza che una stagione influenzale con bassa incidenza della malattia potrebbe eliminarne le varianti meno comuni. “Negli ultimi anni circolano tante influenze diverse. Ce la faranno tutte a superare questa fase oppure no?”, si chiede. “In effetti, può darsi che questa stagione semplifichi molto il panorama virologico. Forse il cambiamento potrebbe anche diventare permanente”.

Allo stesso tempo, continua Webby, non è escluso che la mancanza di concorrenza virale negli ospiti umani in futuro apra le porte a nuove varianti di influenza suina. “Ne vediamo alcune tutti gli anni nel periodo delle fiere agricole”, spiega. “Una delle cose che tengono a bada questi virus è un’immunità naturale. Se l’influenza rimanesse quasi assente per qualche stagione, ciò potrebbe lasciare strada libera a un maggiore impatto dei virus suini”. “Sono sicuro che prima o poi, in futuro, l’influenza tornerà, con ancora più violenza”, afferma Robert Ware, epidemiologo clinico alla Griffith University del Queensland, in Australia. “Però potrebbe volerci qualche anno.”

Effetti indesiderati

I virus influenzali non sono gli unici a risentire delle misure anti pandemia. Esistono centinaia di virus che causano sintomi respiratori simili a quelli del raffreddore comune, dalla parainfluenza al metapneumovirus. E sembra che anche gran parte di questi virus sia stata tenuta a bada durante l’inverno nell’emisfero meridionale.

In particolare i ricercatori hanno osservato cali improvvisi nell’incidenza del virus respiratorio sinciziale (RSV), un virus diffuso che tipicamente contagia i bambini piccoli e che a volte può causare malattie gravi come la polmonite. Non esiste un vaccino contro l’RSV, che causa circa il cinque per cento delle morti tra i bambini al di sotto dei cinque anni in tutto il mondo. Durante l’inverno 2020, nell’Australia occidentale l’RSV nei bambini è calato del 98 per cento (e l’influenza del 99,4 per cento), anche se le scuole sono rimaste aperte.

Tuttavia la tregua dall’RSV potrebbe rivelarsi solo temporanea. Per esempio, i dati dallo stato più popoloso dell’Australia, il Nuovo Galles del Sud (NSW), mostrano che i casi individuati di RSV sono iniziati a risalire in ottobre. E alcuni ricercatori avvertono che l’accumularsi di un numero sempre maggiore di bambini suscettibili e non ancora contagiati potrebbe portare a ondate più gravi di contagi in futuro.

L’eccezione del raffreddore

C’è una grande eccezione all’attuale tendenza dei virus a rallentare. “L’unico virus che non si è fermato è il rhinovirus”, afferma Janet Englund, che studia le malattie infettive in ambito pediatrico al Seattle Children’s Hospital. nello Stato di Washington. I rhinovirus sono la causa principale del raffreddore comune, soprattutto nei bambini. Ne esistono più di un centinaio di ceppi e in genere in qualsiasi gruppo umano ne circolano circa una dozzina.

In uno studio condotto a Southampton, nel Regno Unito, il numero di casi di rhinovirus individuati tra gli adulti ricoverati in ospedale è rimasto più basso nell’estate 2020 rispetto all’estate 2019, ma, come sempre, è schizzato di nuovo in alto con la riapertura delle scuole a settembre. Analogamente, i dati del NSW mostrano un apparente aumento dei rhinovirus nel corso dell’inverno australe. Anche se probabilmente alcuni di questi picchi sono dovuti a un aumento dei test effettuati su persone con sintomi lievi di raffreddore, di certo questi virus non sono diminuiti come gli altri.

“Nessuno sa davvero perché” i rhinovirus si stiano dimostrando così persistenti, afferma Englund. Tra i virus che causano sintomi simili a quelli del raffreddore, alcuni sono molto diversi tra loro in termini di struttura; in particolare i rhinovirus, a differenza dei virus influenzali e dei coronavirus, non sono rivestiti da uno strato lipidico, o pericapside, che può essere attaccato da saponi e gel igienizzanti.

Nel NSW i casi rilevati di adenovirus non rivestiti, un altro tipo di virus che provoca sintomi simili a quelli del raffreddore, sono rimasti relativamente stabili lungo tutto l’inverno australe, invece di crollare come quelli dell’influenza o di aumentare come quelli di rhinovirus. “L’idea è che forse il rhinovirus sia più stabile sulle superfici”, afferma Englund, il che permetterebbe una maggiore trasmissione tra i bambini quando il virus si trova sulle mani, sui banchi o sulle maniglie delle porte. Si ritiene anche che i rhinovirus siano trasmessi i più da persone asintomatiche, perciò potrebbero circolare più liberamente nelle scuole anche se i bambini ammalati restano a casa.

La buona notizia è che forse il raffreddore comune può aiutare a proteggere le persone da COVID-19. Uno studio su oltre 800.000 persone, per esempio, ha dimostrato che gli adulti che nell’ultimo anno avevano presentato sintomi del raffreddore avevano meno probabilità di essere positivi al SARS-CoV-2, anche se il motivo rimane avvolto nel mistero.

Protezione incrociata?

Una spiegazione possibile è che il precedente contagio di un coronavirus (un altro virus che causa il raffreddore comune) possa dare una certa immunità contro SARS-CoV-2, anche se bisogna notare che alcune persone possono avere ripetutamente lo stesso raffreddore da coronavirus, o anche più raffreddori da virus diversi contemporaneamente. Sembra in effetti che i contagi precedenti da coronavirus generino linfociti T e linfociti B (cellule del sistema immunitario che aiutano a ricordare e ad attaccare i patogeni) in grado di riconoscere SARS-CoV-2. Questi linfociti preesistenti possono offrire una parziale protezione incrociata contro il nuovo coronavirus.

Alcuni studi hanno dimostrato che, a causa di contagi da altri coronavirus, circa un quarto delle persone hanno anticorpi che si possono legare al virus SARS-CoV-2, afferma Scott Hensley, immunologo virale all’Università della Pennsylvania a Filadelfia. Uno studio ha dimostrato che questi anticorpi sarebbero effettivamente in grado di neutralizzare i contagi da SARS-CoV-2, impedendo al virus di invadere le cellule.

Una forte neutralizzazione incrociata di SARS-CoV-2 da parte degli anticorpi contro gli altri coronavirus sarebbe “davvero spettacolare”, afferma Qiuwei Abdullah Pan del centro medico dell’Erasmus Universiteit a Rotterdam, nei Paesi Bassi, perché aprirebbe le porte a vaccini universali per proteggerci in modo generalizzato contro tutti i coronavirus. Ma secondo altri studi, tra cui quello di Hensley, questi anticorpi non sarebbero in grado di neutralizzare SARS-CoV-2 né di proteggerci da COVID-19. “La neutralizzazione incrociata non è stata dimostrata”, commenta Pan. E anche se lo fosse, aggiunge, “mi aspetterei probabilmente un’attività molto moderata”.

Un altro modo in cui i raffreddori stagionali potrebbero contribuire all’immunità a COVID-19 è la possibile interferenza diretta su SARS-CoV-2 di un contagio da rhinovirus in corso, forse perché fa scattare la risposta interferonica, parte del sistema immunitario che inibisce la riproduzione del virus. Uno studio condotto da Ware e colleghi, per esempio, dimostra che una persona infetta da rhinovirus ha il 70 per cento di probabilità in meno di essere contagiata anche da un normale coronavirus rispetto a una persona che non ha il raffreddore.

Cellula aggredita da virus dell’influenza A del ceppo H1N1 (© Science Photo Library/AGF)

Il microbiologo clinico Alberto Paniz Mondolfi della Icahn School of Medicine at Mount Sinai, nello stato di New York, e i suoi colleghi hanno rilevato un numero sensibilmente più basso di coinfezioni da rhinovirus nelle persone affette da SARS-CoV-2 nella città di New York. “Il rhinovirus è un virus resistente”, commenta Paniz Mondolfi. La sua rapida crescita impedisce ad altri virus di prendere il volo ed è ipotizzabile che stia vincendo nella competizione contro il SARS-CoV-2, afferma.

Questa interferenza virale potrebbe dimostrarsi potente. Ellen Foxman, immunologa alla Yale School of Medicine a New Haven, in Connecticut, e i suoi colleghi hanno trovato prove che i rhinovirus potrebbero aver fatto fermare la pandemia di influenza H1N1 del 2009, per esempio. Gli adulti ricoverati presentavano meno casi di coinfezione con entrambi i virus rispetto alle attese. E nelle colture cellulari il contagio da rhinovirus impediva a quel ceppo di H1N1 di contagiare le cellule. Ora Foxman sta cercando di capire se un contagio da rhinovirus possa bloccare SARS-CoV-2 e si aspetta di ottenere dei risultati a breve.

Nell’insieme, è “uno scenario molto probabile” che i rhinovirus e gli altri coronavirus aiuteranno a bloccare la diffusione di COVID-19, afferma Paniz Mondolfi. “Credo che molti virologi, come me, aspettassero questa stagione per poter osservare l’evoluzione delle cose.”

Però con tutte le incognite circondano tutti questi virus, molti ricercatori sostengono che la gente dovrebbe prepararsi a scenari molto più sfavorevoli, da una stagione influenzale che peggiora le difficoltà dovute a COVID-19 a futuri focolai di RSV. “È meglio essere pronti”, commenta Olsen. “Non sappiamo che cosa succederà.”

 

Fonte:  Le Scienze

Torna in cima