Neurodivergenze e autodiagnosi: un fenomeno sempre più diffuso

Articolo del 06 Marzo 2026
Negli ultimi anni sui social media si parla sempre più spesso di neurodivergenze, come autismo o disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD). Parallelamente, è cresciuto il numero di persone – in particolare adolescenti – che dichiarano di riconoscersi in queste condizioni senza aver ricevuto una diagnosi formale da parte di uno specialista. Questo fenomeno viene spesso definito autodiagnosi.
In senso generale, l’autodiagnosi non è una novità: da quando Internet è ampiamente accessibile, molte persone cercano online spiegazioni ai propri sintomi nel tentativo di capire quale problema di salute possano avere. Negli ultimi anni, però, il termine ha assunto anche un significato diverso. In molti casi non si parte più da sintomi già osservati, ma dall’esposizione a contenuti online – spesso brevi video o post – che descrivono determinate caratteristiche associate a specifiche neurodivergenze. Alcuni utenti, riconoscendosi in queste descrizioni, arrivano così a convincersi di avere una determinata condizione, anche senza aver consultato un professionista.
Questo fenomeno è spesso oggetto di semplificazioni. C’è chi lo interpreta come una moda o come un modo per attirare l’attenzione, soprattutto perché riguarda in gran parte i più giovani. Tuttavia, negli ultimi anni la questione ha iniziato a essere analizzata anche in ambito scientifico, con l’obiettivo di comprenderne meglio cause, dinamiche e possibili conseguenze.
Il ruolo dei social media
Una delle spiegazioni più citate riguarda l’influenza dei social media. Su molte piattaforme circolano numerosi contenuti dedicati alla salute mentale e alle neurodivergenze, spesso sotto forma di brevi video informativi o testimonianze personali. Alcuni di questi contenuti presentano elenchi di segnali o comportamenti che potrebbero indicare la presenza di una determinata condizione.
Il problema è che queste descrizioni sono talvolta molto generiche: caratteristiche come difficoltà di concentrazione, disordine o stanchezza mentale possono avere molte cause diverse e non indicano necessariamente un disturbo specifico. Inoltre, chi crea questi contenuti non sempre possiede competenze professionali nel campo della salute mentale.
Un altro elemento riguarda il funzionamento degli algoritmi delle piattaforme digitali. Questi sistemi tendono a mostrare agli utenti contenuti simili a quelli con cui hanno già interagito. Di conseguenza, una persona che inizia a guardare video su un determinato argomento potrebbe riceverne sempre di più, creando una sorta di “camera dell’eco” che rafforza convinzioni già presenti.
Si parla anche di possibili fenomeni di “contagio sociale”: quando un tipo di contenuto diventa popolare, altri utenti possono essere incentivati a produrne di simili, contribuendo alla diffusione di certe narrazioni o interpretazioni dei sintomi.
Un fenomeno ancora poco studiato
Nonostante il crescente interesse, le ricerche scientifiche su questo tipo di autodiagnosi sono ancora relativamente poche. Una delle ragioni è la recente emersione del fenomeno, che ha iniziato a essere discusso in modo più ampio solo negli ultimi anni.
Esistono anche difficoltà metodologiche ed etiche nello studio dell’argomento. Le persone coinvolte sono spesso adolescenti o giovani adulti, una fascia considerata più vulnerabile. Inoltre, non esiste una definizione universalmente condivisa di cosa si debba intendere esattamente per autodiagnosi: il termine può riferirsi a situazioni molto diverse tra loro, rendendo più complesso raccogliere dati e confrontare i risultati delle ricerche.
Perché non sempre si cerca una diagnosi formale
In molti casi l’autodiagnosi rappresenta solo un primo passo. Riconoscersi in una descrizione trovata online può spingere alcune persone a informarsi meglio e, successivamente, a rivolgersi a uno specialista.
Allo stesso tempo, esistono situazioni in cui questo passaggio non avviene. Le ragioni possono essere diverse. Alcune persone potrebbero trovare conforto nel senso di appartenenza a una comunità che condivide esperienze simili. Altre potrebbero temere il giudizio altrui o la possibilità che una valutazione professionale non confermi le loro convinzioni.
Un fattore importante può essere anche la difficoltà di accesso ai servizi sanitari. In molti contesti i tempi di attesa per una valutazione specialistica possono essere lunghi, mentre le alternative nel settore privato comportano costi non sempre sostenibili.
Un fenomeno complesso
Ridurre il fenomeno delle autodiagnosi a una semplice moda o a una conseguenza dei social media rischia quindi di essere una semplificazione. È probabile che si tratti di un processo influenzato da molti fattori: la crescente attenzione verso la salute mentale, la maggiore disponibilità di informazioni online, il funzionamento delle piattaforme digitali e le difficoltà di accesso ai servizi sanitari.
Comprendere meglio queste dinamiche richiederà ulteriori studi. Nel frattempo, il dibattito continua a interrogarsi su come promuovere una corretta informazione e su come facilitare l’accesso a percorsi diagnostici affidabili per chi ritiene di avere bisogno di un supporto professionale.
Per approfondimenti: SCIENZAINRETE
