Tumore al seno, l’ipotesi degli androgeni

Una ricerca su Nature Medicine apre alla possibilità di utilizzare nuovi farmaci che si legano ai recettori degli ormoni maschili, presenti sul tumore.

Lo studio

Lo studio in questione è frutto di una collaborazione internazionale coordinata da Wayne Tilley dell’Università di Adelaide (in Australia) e si è concentrato sul tumore al seno ormono-responsivo: che cresce, cioè, grazie agli ormoni femminili (estrogeni e progesterone) e rappresenta circa il 60-70% di tutti i casi. Se il ruolo degli ormoni femminili è molto chiaro in questo tipo di cancro al seno, quello degli ormoni maschili è sempre stato controverso. I nuovi dati mostrano invece – “inequivocabilmente” secondo gli autori – che agire sui recettori per gli androgeni potrebbe essere persino più efficace che agire su quelli per gli estrogeni, e che potrebbe potenziare l’effetto delle nuove terapie mirate, anche nei casi in cui si siano sviluppate delle resistenze a questi farmaci. Questo accade in laboratorio, ma il razionale per passare a uno studio clinico (su pazienti) c’è.

“Come prima cosa, i ricercatori confermato i dati che il nostro gruppo di ricerca aveva pubblicato alcuni anni fa”, spiega Sapino: “Avevamo già dimostrato, infatti, che le donne con tumori della mammella che presentano anche i recettori per gli androgeni, oltre a quelli per gli estrogeni, hanno una prognosi migliore. Il secondo passo è stato comprendere il meccanismo per cui questo avviene”.

Gli ormoni maschili nel cancro al seno

Già in passato era stato utilizzato un derivato del testosterone, che comprensibilmente dava importanti effetti collaterali come la comparsa di peli (irsutismo) e peggiorava la qualità di vita delle pazienti. Quella via era stata quindi abbandonata. Nel nuovo studio, però, sono state testate molecole diverse (dette agoniste dei recettori) e non androgenizzanti. “Tilley e colleghi hanno utilizzato cellule di tumori che presentavano entrambi i recettori per estrogeni e per gli androgeni”, continua Sapino: “Somministrando degli estrogeni, hanno visto il tumore crescere, come era atteso. Ma somministrando contemporaneamente la sostanza agonista che si lega ai recettori degli androgeni, hanno invece osservato che si interrompono i segnali di proliferazione del tumore” (qui un video in inglese).

Insomma, è come se si creasse una competizione tra i due recettori, il cui effetto finale modifica il meccanismo molecolare che stimola il tumore. L’aspetto più interessante è che questo si verifica anche nelle cellule di tumori resistenti alle terapie attuali (sia tamoxifen sia i nuovi inibitori di CDK 4/6: palbociclib, ribociclib e abemaciclib), potenziandone l’efficacia

Verso uno studio clinico su pazienti

Questi risultati anticipano ciò che sta osservando anche il gruppo di Sapino insieme a quello di Isabella Castellano della Città della Scienza e della Salute e dell’Università di Torino, dove la ricerca è cominciata. “Siamo medici oltre che ricercatori, e il nostro tempo è giustamente diviso tra l’ambulatorio e i laboratori”, commenta Sapino: “Ciò che conta non è chi arriva per primo a un risultato, ma che la ricerca proceda, passo dopo passo. E che si sia riusciti ad aprire una nuova possibilità di trattamento per le donne che, almeno sulla carta, può migliorare la loro qualità di vita. Un aspetto fondamentale: per le pazienti non importa solo quanto si vive, ma come. Ora mi aspetto che seguiranno presto degli studi clinici e mi piacerebbe che l’Italia non fosse esclusa. Perché siamo stati pionieri sì, ma soprattutto per li malati”.

 

 

 

2021-01-24T18:10:26+00:00
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