“Perdersi in un bicchier d’acqua” è un’espressione colloquiale potrebbe assumere una connotazione beffarda per i 350.000 cittadini che vivono nei trenta comuni tra le provincie di Vicenza, Padova e Verona interessati dall’inquinamento da PFAS e in cui bere l’acqua del rubinetto, così come mangiare prodotti locali, rappresenta una concreta minaccia alla salute. Con conseguenze anche sulla sfera mentale racconta il saggio Cattive acque. Contaminazione ambientale e comunità violate a cura di Adriano Zamperini e Marialuisa Menegatto, ricercatori in Psicologia della violenza all’Università di Padova (Ed. Padova University Press, con una prefazione di Telmo Pievani). Parliamo di uno dei casi più gravi al mondo di inquinamento da PFAS, ufficialmente riconosciuto nel 2013 dall’Agenzia Regionale per la Protezione e prevenzione ambientale del Veneto (ARPAV) a seguito di uno studio dell’ISRA-CNR sulle acque potabili e sui fiumi Po, Adige e loro affluenti.

I PFAS sono composti chimici che non esistono in natura, sono stati messi a punto nel primo dopoguerra in America e da allora ampiamente utilizzati in numerose produzioni industriali per le loro proprietà di resistenza e di idrorepellenza. Si trovano in moltissimi oggetti di uso quotidiano: dai rivestimenti delle pentole antiaderenti ai tessuti ignifughi, nei comuni detergenti per la casa, sono usati nel settore conciario, biomedicale e nella lavorazione delle plastiche, solo per citarne alcuni.

PFAS a processo

Il report conclusivo del CNR individuava nello sversamento di prodotti chimici derivati dal sito produttivo della Miteni S.p.A. di Trissino (VI), di proprietà delle multinazionali EniChem e Mitsubishi, l’origine dell’elevata concentrazione di PFAS nelle acque di superficie e di falda in questo esteso territorio, attraversato da una fitta rete di corsi d’acqua, tra i più ricchi e produttivi di tutto il Paese.
Dopo otto anni di indagini, lo scorso luglio, presso il Tribunale di Vicenza, è iniziato il più grande processo della storia per reati di carattere ambientale, intentato da centinaia di parti civili, tra cui molti privati cittadini, contro quindici responsabili di Miteni S.p.A., che però, nel 2018, è fallita.

Cristina Cola è portavoce del movimento Mamme NO PFAS, nato come risposta civica di protesta alle conseguenze di un inquinamento ambientale di cui i cittadini interessati non sono mai stati informati: “Sono una mamma e sono direttamente coinvolta, con tanto di PFAS nel sangue” racconta a OggiScienza, “l’ho scoperto nel marzo 2017 quando, con una lettera recapitata a casa dalla Regione, hanno invitato mio figlio, allora sedicenne, a effettuare un prelievo del sangue per rilevare l’eventuale presenza di queste sostanze”. In quell’anno, la Regione Veneto iniziava il biomonitoraggio della popolazione dei comuni veneti esposti all’inquinamento da PFAS, partendo dalla fascia di età 14-29. “Quando sono arrivati i risultati” continua Cola “la Regione ci chiamò perché risultava un valore superiore alla soglia limite, che è di 8 per il PFOA. Poi hanno chiamato mia figlia e, poi, noi genitori, che abbiamo valori superiori a 100. Tutti abbiamo PFAS nel sangue superiori al valore limite, che tuttavia dovrebbe essere zero perché i PFAS sono sostanze chimiche che non esistono in natura”. Il piano di sorveglianza sanitaria, che interessava inizialmente 21 comuni, è stato poi esteso ad altri 9 negli anni successivi.

Il diritto di sapere

“Non c’è disastro ecologico quale una lenta contaminazione delle falde acquifere che ponga con grande forza la questione soggettiva del diritto di sapere, e quindi investa la salute del singolo cittadino. Cosa c’è nei corpi contaminati?” afferma Adriano Zamperini in Cattive acque. “Il biomonitoraggio ha certamente costituito un’importante risposta da parte delle istituzioni a tutela dei cittadini e, nello stesso tempo, un’occasione per questi ultimi di avere un’idea più chiara circa la propria condizione di persona contaminata. Spesso non si considera un’ulteriore prospettiva: il biomonitoraggio come possibile momento aggiuntivo di crisi. Il fatto di sottoporsi periodicamente ad analisi straordinarie rappresenta una continua riproposizione di un potenziale futuro di malattia”.

“Non ci hanno spiegato il senso di quei valori” racconta Cristina Cola: “Io ho delle patologie correlate ai PFAS, ma agli incontri con i medici ci dicevano che ‘c’è ben di peggio’, ci davano precise istruzioni di non sollevare agitazione nella popolazione. Sulla relazione del colloquio hanno scritto alimentazione migliorabile”. Questa laconica conclusione messa nelle mani dei cittadini è un aspetto che ha destato particolare sconcerto si afferma nel libro di Zamperini e Menegatti, che per quattro anni hanno seguito la vicenda con centinaia di interviste alla popolazione: “Molti utenti si sono visti associare i valori anomali a stili di vita personali poco salutari e quindi da migliorare. Poiché l’incontro con le istituzioni avviene sempre per il tramite dei loro rappresentanti, in tale frangente va segnalato l’insorgere di una prima frattura in quel patto fiduciario sistemico che dovrebbe garantire una corrispondenza di aspettative responsive all’interno di una società”. Infatti, afferma Cola, “noi le conseguenze della contaminazione da PFAS ce le siamo studiate per conto nostro e abbiamo capito il rischio che correvamo: abbiamo sempre bevuto acqua in bottiglia, pertanto, i PFAS li abbiamo assorbiti lavando frutta e verdura e lavandoci i denti. Se queste sostanze non ci fossero negli alimenti coltivati nella nostra zona e nell’acqua, non li avrebbero trovati nel sangue”.

Le conseguenze sulla salute

La pericolosità di queste sostanze è stata sottaciuta a livello mondiale, oltre che dalle aziende, anche dalle istituzioni sanitarie pubbliche fino a quando, negli anni Novanta, la ricerca scientifica ha iniziato a prestare attenzione al problema a seguito di un’altra causa giudiziaria – unico precedente a quello veneto – contro un altro colosso della chimica, l’americana DuPont, oggetto di una class action di 70.000 cittadini della West Virginia e dell’Ohio. “In quel periodo non c’erano informazioni relative a queste sostanze chimiche e quindi ho avuto molte difficoltà a cercare di capire che materiali erano questi PFAS” racconta Robert Billot, l’avvocato che ha seguito class action, nell’audizione della Commissione di Inchiesta della Regione Veneto sull’inquinamento da PFAS in Veneto“Quindi” proseguiva “ho cercato di capirlo dai documenti che mi sono stati consegnati dalla DuPont e scoprii che la produzione di queste sostanze chimiche è iniziata nel 1948 dalla 3M, che vendeva queste sostanze chimiche alla DuPont”.

Philippe Grandjean è considerato il maggiore esperto al mondo sulle conseguenze dei PFAS sulla salute: ricercatore al dipartimento di Salute Ambientale all’Harvard T.H. Chan School of Public Health di Boston, è stato consulente per lo stato del Minnesota nel procedimento contro la 3M e lo è anche per quello contro Miteni. In un editoriale del 2018 su Environemental Health Grandjean denunciava: “Le evidenze sulla tossicità dei PFAS sono state taciute per oltre vent’anni e, anche dopo essere state rese note, ignorate”. Tra gli studi citati nell’editoriale, uno dei primi anni Duemila, condotto negli Stati Uniti su 654 donatori di sangue in sei diversi centri della Croce Rossa, dimostra la presenza di PFAS anche nella popolazione generale che non risiede in luoghi sede di industrie che producono queste sostanze. Si stima, infatti, che il 90% della popolazione americana abbia traccia di PFAS nel sangue. Nel 2003, un altro studio evidenziava la presenza di PFAS nel cordone ombelicale, suggerendo quindi il passaggio dei PFAS dalla madre al bambino attraverso la placenta.

Una contaminazione che dura a lungo

La soluzione delle autorità venete di mettere dei filtri negli acquedotti per depurare l’acqua dai PFAS è insufficiente, o quanto meno tardiva, poiché le sostanze perfluoroalchiliche possono provocare gravi problemi alla salute a distanza di molto tempo una volta entrate nell’organismo: da un basso peso alla nascita a malattie della tiroide, dal cancro ai testicoli e ai reni, all’ipertensione e al colesterolo. Recenti studi hanno inoltre riscontrato prognosi più gravi nelle persone colpite da Covid-19 con elevati livelli di PFAS. Questi inquinanti rimangono per lunghissimo tempo nel terreno e nella rete idrica e la scelta di alcune aziende di interromperne la produzione non porta comunque a una soluzione per l’inquinamento già prodotto.

“Noi collaboriamo con molti istituti scientifici perché sentiamo un obbligo morale di partecipare agli studi che si stanno portando avanti: siamo noi le coorti che devono essere valutate” afferma Cola. “Nonostante la grande incertezza sul futuro, sappiamo che queste sostanze sono tossiche ed è documentato che sono entrate nel nostro sangue. Sappiamo anche che ci sono sostanze PFAS che si accumulano nei tessuti, ma non conosciamo le quantità presenti nel nostro corpo. Le ricerche scientifiche sono in pieno sviluppo”.

L’attivismo locale

Quelle delle Mamme NO PFAS è definita da Zamperini e Menegatti una trasformazione delle problematiche soggettive in questioni pubbliche “dove alla richiesta di salute (non sviluppare patologie) e di benessere (positiva qualità della vita, sicurezza e assenza di minacce) si associa una concezione che potremmo chiamare di “ben-essere”, ossia “essere-nel-bene”, perché il vero benessere è pienamente legittimo solo se è sperimentato in condizioni di giustizia ambientale”.

Molti avvocati delle parti civili hanno preannunciato ai loro assistiti che il processo difficilmente porterà a un risarcimento economico, ma questo non sembra essere l’obiettivo principale di Cristina Cola e delle Mamme NO PFAS: “Siamo consapevoli che il risarcimento, se ci sarà, apparirà irrisorio rispetto al danno che questo inquinamento, in atto da decenni, ha portato nel nostro territorio e nelle nostre vite. L’attivismo, mio e di tutte le mamme, rappresenta una vera e propria rivoluzione nella quotidianità di una famiglia. Molto spesso non viene compreso perché non piace sentire parlare del problema. Per noi è importante che i nostri figli non debbano dire, un giorno, che i loro genitori non hanno fatto nulla per tutelare la salute e l’ambiente. Sento di avere un dovere da assolvere, abbiamo il compito di far capire alla popolazione che in nome dell’economia non tutto deve essere consentito. Credo che lasceremo un buon esempio e sapere di aver fatto tutto il possibile ci dà serenità”.

 

Fonte: Oggi Scienza

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