Coronavirus, perché tenere le finestre aperte è molto efficace. Uno studio mostra che la ventilazione elimina fino al 70% delle goccioline.

Articolo del 26 Ottobre 2020

Tenere le finestre aperte il più possibile potrebbe essere uno strumento centrale per contrastare la trasmissione del coronavirus Sars-Cov-2. Uno studio condotto da un gruppo di fisici dell’Università del New Mexico ha mostrato che questa regola vale anche per le aule scolastiche. La continua ventilazione, infatti, consente di ridurre significativamente la presenza di minuscole particelle di virus sospese nell’aria (il cosiddetto aerosol o trasmissione airborne) che soprattutto negli ambienti chiusi può rappresentare un veicolo di diffusione del virus. I risultati sono pubblicati sulla rivista Physics of Fluids.

Aerosol e coronavirus

L’aerosol è composto da una sospensione di particelle molto piccole, di dimensioni inferiori ai 5 micrometri (millesimi di millimetro), emesse durante la respirazione oppure che sono i residui di goccioline più grandi prodotte mentre si parla. Le particelle possono sostare o essere trasportate nell’aria, permanendo per un tempo che ancora è da stabilire. Di questo argomento si discute ormai dall’inizio della pandemia. Fino a poco tempo fa la trasmissione airborne (al chiuso o all’aperto ma in luoghi molto affollati) non era segnalata fra le possibili vie di contagio e solo recentemente è stata inserita ufficialmente nella lista da alcune autorità sanitarie di riferimento, come i Centri di controllo e prevenzione delle malattie statunitensi (Cdc) statunitensi. E oggi fioccano gli studi sul tema: ad esempio una ricerca estone appena pubblicata su Environment International mostra che aerare adeguatamente gli spazi indoor potrebbe essere efficace, nella prevenzione del contagio, almeno tanto quanto tenere le distanze e il lavaggio frequente delle mani.

Lo studio

I ricercatori hanno utilizzato modelli computazionali per riprodurre il movimento delle piccolissime particelle di saliva contenute nell’aerosol, in varie condizioni di aerazione all’interno della classe. La ricerca ha dei limiti dovuti al fatto che nella simulazione sono state prese in considerazione soltanto particelle di un micrometro, mentre anche goccioline più grandi o più piccole possono contenere il coronavirus. I risultati mostrano che le particelle possono essere trasmesse anche a distanza di quasi 2 metri e mezzo, e questo accade perché vengono trasportate da correnti e altri movimenti dell’aria. Ma c’è una buona notizia c’è: quasi il 70% delle goccioline di dimensione di un micrometro viene eliminato dall’aula quando le finestre vengono tenute aperte.

“Lo studio è interessante”, commenta Daniele Contini, ricercatore dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Cnr, non coinvolto nello studio, “dato che fornisce un’ulteriore prova del ruolo di una buona ventilazione”. I dati si vanno accumulando. “Alcuni studi precedenti”, prosegue l’esperto, “svolti negli ospedali e nelle aree attrezzate per la quarantena, mostrano che, nelle strutture in cui vigeva la regola di aerare ripetutamente gli ambienti, le concentrazioni del virus nell’aria erano in media molto più basse”.

Condizionatori, meglio senza ricircolo

Se tenere la finestra aperta è un’arma valida, al contrario, accendere i condizionatori – peraltro non molto diffusi nelle scuole – non è un metodo altrettanto efficace. Stando allo studio, infatti, l’aria condizionata rimuove circa il 50% di queste particelle, mentre le restanti permangono nell’aria oppure vengono depositate sulle superfici e possono successivamente rientrare in circolo. “Qualora si scelga l’aria condizionata – aggiunge Contini – l’ideale sarebbe optare per sistemi non basati sul ricircolo, cioè che non sfruttano soltanto l’aria interna, ma che ne prelevano parte dall’esterno”. Nelle automobili e nei mezzi di trasporto quest’opzione è generalmente presente, a differenza dei condizionatori nelle abitazioni o negli uffici, che non sempre ne sono dotati.

Dal plexiglas ai vestiti

Un aiuto, poi, potrebbe arrivare anche dall’uso di schermi di plexiglas. Gli autori, infatti, hanno rilevato che possono essere utili, in classe, nel ridurre la diffusione di particelle (quelle da un micrometro) fra uno studente all’altro. Ma anche la posizione in cui è seduto l’allievo conta: le postazioni più sicure sono i banchi negli angoli in fondo. Dunque, stavolta non è una scusa, per bambini e ragazzi più vulnerabili al Covid, ad esempio per la presenza di altre patologie, è meglio scegliere l’ultimo banco e il posto laterale. Altra regola, bisogna disinfettare frequentemente banchi e sedie e lavare le mani venuti in contatto con questi o con i vestiti, che raccolgono le goccioline di saliva. “Qui si depositano non solo le particelle piccolissime, di meno di cinque micrometri”, sottolinea Contini, “ma anche e soprattutto le goccioline più grandi, che con maggiore probabilità possono contenere il virus”. Che gli indumenti siano molto “colpiti” dal virus è dimostrato anche da altri studi. “Uno dei primi articoli uscito su Nature nell’aprile 2020”, ricorda Contini, “ha mostrato che negli ospedali di Wuhan si riscontrava una maggiore concentrazione del virus in aria proprio nelle zone in cui i medici si cambiano. Questo succede perché quando si indossa o si toglie il camice lo spostamento dell’aria può far sì che le particelle del virus si stacchino dagli abiti e vengano risospese in aria”.

 

Fonte:  La Repubblica