Covid, lo studio Usa: “L’ivermectina non funziona, non c’è alcun segno di beneficio”

Articolo del 07 Aprile 2022

L’ivermectina non funziona contro l’infezione Covid-19. Il popolare farmaco antiparassitario, utilizzato come trattamento alternativo durante la pandemia nonostante la mancanza di ricerche solide a sostegno, non ha mostrato alcun segno di alleviare la malattia. È la conclusione del più ampio studio clinico sull’argomento condotto dall‘Università del Minnesota e pubblicato sul New England Journal of Medicine. Lo studio, che ha confrontato i dati di più di 1.300 persone positive al virus Sars-CoV-2 in Brasile che hanno ricevuto l’ivermectina o un placebo, ha effettivamente escluso il farmaco come trattamento efficace contro Covid-19. “Non c’è davvero alcun segno di alcun beneficio”, afferma David Boulware, esperto di malattie infettive presso l’Università del Minnesota. “Ora che le persone possono immergersi nei dettagli e nei dati, si spera che questo allontani la maggior parte dei medici dall’ivermectina e li spinga verso altre terapie”, aggiunge.

Per decenni, l’ivermectina è stata ampiamente utilizzata per il trattamento di infezioni parassitarie. All’inizio della pandemia, quando i ricercatori hanno iniziato a provare migliaia di vecchi farmaci contro il Covid-19, esperimenti di laboratorio sulle cellule suggerivano che l’ivermectina potesse bloccare il coronavirus. A quel tempo, gli scettici hanno sottolineato che gli esperimenti hanno funzionato grazie alle alte concentrazioni del farmaco utilizzato, ben oltre i livelli di sicurezza per le persone. Tuttavia, alcuni medici hanno iniziato a prescrivere l’ivermectina per il Covid-19, nonostante la Food and Drug Administration non lo avesse mai approvato per tale uso e anzi lo sconsigliasse.

Nel frattempo, in tutto il mondo, i ricercatori hanno condotto piccoli studi clinici per vedere se il farmaco curasse effettivamente la malattia. Nel dicembre 2020, Andrew Hill, virologo dell’Università di Liverpool in Inghilterra, ha esaminato i risultati di 23 studi e ha concluso che l’ivermectina sembrava ridurre significativamente il rischio di morte per Covid-19. Hill era così entusiasta che ha affermato pubblicamente che, qualora studi più ampi avessero confermato i suoi risultati, l’ivermectina “sarà davvero un trattamento trasformativo”. Così la popolarità dell’ivermectina ha continuato a crescere anche nel secondo anno della pandemia. In una sola settimana di agosto, le compagnie assicurative statunitensi hanno speso ben 2,4 milioni di dollari per pagare i trattamenti con l’ivermectina.

Ma non molto tempo dopo la pubblicazione di Hill la scorsa estate, sono emerse notizie secondo cui molti degli studi inclusi nell’analisi erano imperfetti e, in almeno un caso, anche fraudolenti. Hill ha così ritirato il suo studio originale e ne ha iniziato uno nuovo, che ha pubblicato a gennaio. In questa seconda revisione, Hill e i suoi colleghi si sono concentrati sugli studi che hanno meno probabilità di esser stati distorti. In quell’indagine più rigorosa, il beneficio dell’ivermectina è in pratica svanito. Tuttavia, anche i migliori studi sull’ivermectina e Covid erano piccoli, con poche centinaia di volontari al massimo. I piccoli studi possono essere vulnerabili a diversi fattori che possono suggerire la presenza di effetti positivi laddove in realtà non ne esistono. Ma all’epoca erano in corso studi più ampi sull’ivermectina e quelli promettevano di essere più rigorosi.

A giugno 2020, in Brasile, i ricercatori hanno avviato uno studio clinico noto come Together che aveva lo scopo di valutare gli effetti dei farmaci ampiamente utilizzati nei pazienti Covid, tra cui appunto l’ivermectina. I trattamenti sono stati somministrati in “doppio cieco” il che significa che né i pazienti né il loro personale medico sapevano di aver ricevuto un farmaco per il trattamento del Covid o un placebo. In una prima fase, i ricercatori hanno trovato evidenze promettenti sugli effetti di un farmaco antidepressivo chiamato fluvoxamina che avrebbe ridotto di un terzo la necessità di ricovero in ospedale. I ricercatori hanno pubblicato i loro risultati lo scorso ottobre sulla rivista The Lancet Global Health. In un nuovo studio pubblicato ieri, il team di Together ha riportato invece i dati sull’ivermectina. Tra marzo e agosto 2021, i ricercatori hanno somministrato il farmaco a 679 pazienti nel corso di tre giorni. I risultati sono stati chiari: l’assunzione di ivermectina non ha ridotto il rischio dei pazienti Covid di finire in ospedale.

I ricercatori si sono concentrati su diversi gruppi di volontari per vedere se qualcuno di loro avesse sperimentato o meno benefici dal trattamento. L’idea era quella di capire se ivermectina avesse funzionato solo se assunta all’inizio di un’infezione. Ma i volontari che hanno assunto il farmaco antiparassitario nei primi tre giorni dopo esser risultati positivi a un test Covid alla fine hanno ottenuto risultati peggiori rispetto a quelli del gruppo placebo. Hill è rimasto molto colpito dai risultati. “Hanno condotto uno studio di alta qualità, controllato con placebo”, ha detto. Ha anche espresso impazienza con il New England Journal of Medicine per aver impiegato mesi per pubblicare i risultati: “Non capisco il ritardo con questo studio”, ha sottolineato. Hill ha eseguito nuovamente la sua analisi degli studi sull’ivermectina, questa volta includendo i nuovi dati dello studio Together. Nel complesso, la sua analisi includeva più di 5.000 persone. E ancora una volta, non ha registrato alcun beneficio dall’utilizzo dell’ivermectina.

Tuttavia, ci sono diversi studi randomizzati in corso sull’ivermectina, con migliaia di volontari, che devono ancora condividere i loro risultati. Il National Center for Advancing Translational Sciences, che fa parte del N.I.H., ha condotto per più di un anno uno studio attentamente controllato sull’ivermectina e molti altri farmaci per i pazienti Covid. Ma deve ancora pubblicare i risultati. Boulware dubita che studi aggiuntivi arriverebbero a una conclusione diversa dalla sua. “Raramente ci si aspetterebbe di trovare qualcosa di diverso”, ha detto.

Lo studio su Nejm

 

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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