In Cina e Uganda sta già cambiando la vita di oltre 55.000 piccoli agricoltori: è il riso perenne, che fa lavorare meno e guadagnare di più (ma ha alcuni svantaggi).

Il riso è il cibo più mangiato al mondo: nella stagione 2021/2022 ne sono state consumate quasi 510 milioni di tonnellate, 155 solo in Cina. È dunque importantissimo trovare metodi sempre più vantaggiosi dal punto di vista economico, sociale ed ecologico per mantenere alta la produzione di questo cereale. Per farlo si studiano anche nuove varietà più resistenti, che possono crescere in acqua salata o essere piantate una sola volta ogni cinque anni (invece di due all’anno): a questo secondo tipo di riso, chiamato riso perenne, è dedicato un report pubblicato su Nature Sustainability, che ha analizzato pro e contro del PR23, una varietà ibrida che consente agli agricoltori di lavorare meno e guadagnare di più, mantenendo alta la qualità del terreno e utilizzando meno fertilizzanti.

COM’È NATO? Il PR23 è nato nel 1999 da una collaborazione tra la Yunnan Academy of Agricultural Sciences e l’International Rice Research Institute cinesi: i ricercatori hanno unito due varietà di riso, una asiatica (Oryza sativa) e una africana (Oryza longistaminata), dando vita a questa particolare varietà perenne che, a differenza delle altre, non dev’essere seminata due volte l’anno. «La semina del riso è pesante e costosa», sottolinea Erik Sacks, uno degli autori del report. «Non doverla fare due volte l’anno fa risparmiare agli agricoltori un sacco di tempo e denaro».

VANTAGGI. Il PR23 è migliore rispetto al riso annuale sotto diversi aspetti. Con una resa leggermente superiore (circa 6,8 tonnellate di raccolto per ettaro contro 6,7), per i primi cinque anni il riso perenne fa risparmiare lavoro, semi e fertilizzanti. «Il lavoro, spesso svolto da donne e bambini, viene ridotto senza dover affidarsi a macchinari che utilizzano combustibili fossili», spiega Sacks, sottolineando come questo aspetto sia importante nell’ottica della transizione a un’agricoltura sempre meno inquinante.

Tagliando i costi si ha dunque un aumento dei profitti, che sono risultati essere dal 17% al 161% superiori a quelli del riso annuale, anche negli anni in cui il raccolto è stato ridotto a causa della presenza di parassiti.

ALCUNI SVANTAGGI. Uno dei potenziali rischi associati alla coltivazione del riso perenne, che non viene arato, è lo sviluppo di funghi e patogeni: gli insetti possono rimanere nella stoppia dopo la semina, e trasmettere i virus ai germogli dei quali si nutrono la primavera successiva. Inoltre, in assenza di aratura, le erbacce crescono più abbondanti, e per questo è necessario effettuare uno o due trattamenti erbicidi in più rispetto al riso annuale.

Un ultimo aspetto negativo è che, quando dopo cinque anni di raccolto arriva il momento di riseminare, il lavoro degli agricoltori è molto più duro, poiché le radici del PR23 sono affondate in profondità nel terreno.

 

Fonte: Focus

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