Mai era avvenuto un simile sforzo scientifico per conoscere e cercare di contrastare un virus in tempi brevi. Cosa sappiamo finora? Le risposte qui sotto, con i link alle principali pubblicazioni.

Ci si può riammalare?

E’ altamente improbabile. E’ stata pubblicata un’analisi sul personale medico dell’Ospedale Universitario di Oxford – circa 12.000 persone – che è stato controllato per 30 settimane. Su tutti i partecipanti, 1.200 avevano anticorpi specifici, e nessuno di loro, a oggi, si è re-infettato. Gli anticorpi (prodotti dai linfociti di tipo B e che prevengono l’ingresso dei virus nelle cellule) sarebbero dunque protettivi per almeno sei mesi.

Pochi giorni prima ne era stato pubblicato su Science uno ancora più ampio, condotto su 30.000 persone dagli immunologi del Mount Sinai Hospital di New York. Anche in quel caso era emerso che circa il 70% degli infettati ha una produzione di anticorpi piuttosto sostenuta, e ancora visibile dopo cinque mesi.

Con gli anticorpi arrivano poi anche i linfociti T, che contribuiscono all’eliminazione del virus perché riconoscono e uccidono le cellule già infettate.

Ma poi ci sono le eccezioni. Secondo un articolo appena uscito su Science, che fa il punto sulla situazione, a oggi i casi accertati di seconde infezioni, cioè di persone che hanno contratto due virus diversi geneticamente, sono 24, su quasi 60 milioni di contagiati. Ci sono però anche decine di segnalazioni di casi dubbi (50 in Olanda, 9 in Brasile, 150 in Svezia, 285 Messico, 243 in Qatar e altri).

Si pensa che si tratti di persone che hanno avuto una risposta debole alla prima infezione, con un titolo (cioè una concentrazione) di anticorpi basso, e la loro produzione sparisca dopo poche settimane, e quella di linfociti T non decolli. Ciò potrebbe esporre le persone alla riacutizzazione di un virus che non se ne è mai andato, o alla suscettibilità verso una seconda infezione, soprattutto nel caso si incontrino alte cariche virali» spiega Luca Guidotti, grande esperto di immunità, vice direttore scientifico dell’Ospedale San Raffaele di Milano, dove è anche ordinario di patologia generale in questo articolo su 24+.

A oggi si può dunque solo dire, con ragionevole certezza, che (quasi sempre) la risposta all’infezione naturale dura almeno 5-6 mesi, ed è realizzata da anticorpi e linfociti. Per il resto bisognerà attendere, anche se un dato autorizza a sperare: nel caso della Sars e della Mers le difese (soprattutto i linfociti T) resistono per diversi anni.

Per quanto tempo si è infettivi?

Per nove giorni dopo la comparsa dei primi sintomi: dovrebbe essere questa la durata dell’infettività di una persona contagiata e, appunto, sintomatica, anche se si continua a rilevare il virus nei suoi tamponi (la cui presenza può essere confermata fino a 83 giorni dopo l’esordio). Il massimo del rischio si ha invece nei primi 5 giorni. Lo sostiene un’importante metanalisi di 79 studi, ancora in attesa di revisione, ma intanto uscita per opera di alcuni virologi britannici e di quelli dell’Ospedale Cotugno di Napoli i su MedRXiV , nel quale si chiariscono altri aspetti interessanti. Per esempio, se si coltiva il materiale genetico dei tamponi, ormai molto sensibili, non si riesce mai a vedere una proliferazione virale se sono passati nove giorni dal primo esito positivo. Questo accade perché molti pazienti hanno un’alta carica virale, e anche quando il virus non c’è più per molto tempo ne restano tracce. Infine, anche per gli asintomatici i giorni più a rischio di contagio sono gli stessi.

Che ruolo hanno i linfociti T?

Si chiama immunità crociata, e forse per molti di coloro che si sono infettati con il Sars-CoV 2 è stato un salvavita. In sintesi, si verifica quando l’organismo entra in contatto con un microrganismo che non ha mai visto prima, ma che è simile ad altri che ben conosce. Nel caso dei coronavirus, ce ne sono almeno 4 che danno normali raffreddori, e il sistema immunitario di chi ne ha avuto uno o più abbozza una reazione con linfociti T specifici anche se non si tratta di uno di essi, ma del Sars-CoV 2. Ciò attenua la violenza della reazione e dei danni che il virus riesce a fare.

Che potesse esistere un’immunità crociata tra coronavirus era una speranza concreta, visto che sempre più studi segnalavano casi di persone (in alcune zone addirittura tra il 20 e il 50% della popolazione) che non erano mai state esposte al Sars-CoV 2, ma che avevano i linfociti specifici, ma ora è stato dimostrato in uno studio pubblicato su Science dagli immunologi dell’Università della California di La Jolla.

Pochi giorni dopo è stato confermato in uno studio pubblicato su Cell, che ha preso in considerazione 200 svedesi che hanno avuto il Covid 19 con varie intensità. A sorpresa, anche chi aveva avuto i sintomi più lievi presentava, mesi dopo, i linfociti T, e lo stesso si è visto in molti familiari. Ciò potrebbe spiegare anche la maggiore resistenza dei bambini e dei ragazzi, che di solito sono a contatto con molti più virus rispetto agli adulti. Chiara la conclusione degli autori: in teoria questi linfociti, che agiscono da riserve e mantengono la memoria, funzionano come un vaccino. Gli stessi, però, aggiungono: ciò che accade nel sistema immunitario è estremamente più complicato di così, e l’esistenza di linfociti T specifici potrebbe anche avere effetti indesiderati. Le ricerche continuano, e anche quelle sui vaccini aiuteranno a capire meglio il complesso funzionamento del sistema immunitario.

 

Fonte:  Lab24 de IlSole24Ore

2020-12-30T15:45:02+00:00
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