Covid, lo studio israeliano: la variante sudafricana in alcuni casi può «bucare» il vaccino Pfizer

Articolo del 13 Aprile 2021

Secondo un’indagine sul mondo reale svolta in Israele la prevalenza della variante sudafricana nelle persone vaccinate e positive era superiore a quella riscontrata nella popolazione non vaccinata. Sempre più vicina l’ipotesi di una terza dose.

La variante del coronavirus scoperta per la prima volta in Sud Africa sarebbe in grado di «bucare», almeno in parte, la protezione indotta dal vaccino Pfizer-BioNTech secondo un nuovo studio israeliano realizzato dall’università di Tel Aviv e dall’istituto Clalit, non ancora sottoposto a revisione paritaria. In Israele è strato utilizzato quasi esclusivamente proprio il vaccino Pfizer per vaccinare milioni di cittadini (sono circolate pochissime dosi di Moderna.

Lo studio

I ricercatori hanno esaminato quasi 400 persone che erano risultate positive al Covid-19 dopo aver ricevuto almeno una dose di vaccino e li hanno confrontati con lo stesso numero di persone infette e non vaccinate. Gli scienziati hanno scoperto che la prevalenza della variante Sudafricana (B.1.351) tra i pazienti che avevano ricevuto due dosi di vaccino era circa otto volte superiore rispetto alla popolazione non vaccinata. Sebbene il numero di soggetti esaminati sia limitato, il risultato è ritenuto indicativo.

La variante viola la protezione del vaccino

«Ci saremmo aspettato solo un caso di variante sudafricana, ne abbiamo trovati otto», ha detto la professoressa Adi Stern, che ha guidato la ricerca, al quotidiano The Times of Israel. La variante sudafricana, paragonata al ceppo originale e alla variante inglese, «è in grado di violare la protezione del vaccino» anche se servono ulteriori studi per un quadro più preciso. «Riteniamo comunque – scrive la scienziata su twitter – che la ridotta efficacia si verifichi solo in un piccolo lasso di tempo. Nessun caso di B.1.351 si è verificato dopo 14 giorni dalla seconda dose». Gli otto casi sono concentrati entro i 7 giorni dalla seconda dose. Inoltre gli scienziati hanno osservato che la variante sudafricana non si diffonde in modo efficiente per questo è importante vaccinare il più velocemente possibile per far crollare il numero di contagi. Il professor Ran Balicer, direttore delle ricerche al Clalit, ha definito l’indagine «molto importante». «È il primo studio al mondo (indipendente, ndr) basato su dati reali e mostra che il vaccino è meno efficace contro la variante sudafricana in confronto al virus originale e alla variante britannica» che ha circolato in Israele.

Le critiche allo studio

Lo studio israeliano è molto piccolo e il campione minimo. Inoltre, spiega l’immunologa Antonella Viola, dato che «gli otto casi di infezione sono stati identificati a partire da una settimana dopo la seconda dose, è possibile che le persone siano state contagiate diversi giorni prima; quindi la risposta immunitaria, almeno in parte dei partecipanti, non era ancora completa». Anche il capo della Task Force contro il Covid del governo Usa, Anthony Fauci, si è espresso sullo studio e ha detto che bisogna stare attenti a trarre conclusioni da esso in merito all’efficacia del vaccino Pfizer, anche perché su Pfizer e la variante sudafricana ci sono stati altri studi.

Le altre ricerche

Un altro studio del mondo reale condotto da Pfizer ha concluso che il vaccino mRNA mantiene una protezione di almeno sei mesi anche contro la variante più temuta rispetto ai vaccini, quella sudafricana, appunto. In Sudafrica sono stati arruolati 800 partecipanti e sono stati osservati nove casi di Covid, tutti nel gruppo placebo, indicando un’efficacia del vaccino del 100%, ha riferito la società una decina di giorni fa. La nuova ricerca di Tel Aviv va in senso opposto e sembra invece confermare un recente studio dell’Università Be-Gurion del Negev che ha scoperto che il vaccino è meno efficace contro la variante sudafricana (indagine su campioni di sangue). Anche altre analisi in vitro avevano concluso che la variante sudafricana sarebbe in grado di aggirare le difese e provocare reinfezioni. La nuova ricerca israeliana però non indica con precisione il livello di protezione contro la variante perché la sua prevalenza in Israele è molto bassa e rappresenta solo l’1% di tutti i casi (in Italia siamo allo 0,1% dei casi secondo l’ultimo report).

Lo studio della terza dose

La diffusione delle varianti (in particolare la sudafricana e la brasiliana che hanno in comune le mutazione E484K, capace di eludere parzialmente la protezione vaccinale) preoccupa i governi di tutto il mondo. Tanto che le case farmaceutiche si sono già mosse e stanno studiando una «terza dose» proprio per aumentare la protezione contro le varianti più insidiose. Sembra infatti sempre più probabile l’ipotesi che siano necessari periodici richiami, soprattutto tra gli anziani, la popolazione più fragile, come già succede con l’influenza. Pfizer-BioNTech stanno testando una terza dose del loro vaccino Covid-19 per comprendere meglio la risposta immunitaria contro nuove varianti del virus. Anche Moderna ha sviluppato un vaccino contro la variante sudafricana e ha consegnato le dosi al National Institutes of Health statunitensi per l’avvio dello studio clinico. Aggiornare i vaccini con la tecnologia a mRNA è più facile e veloce mentre le cose si fanno più complesse con i vaccini a vettori virali per importanti limiti tecnologici a causa dell’immunità nei confronti degli adenovirus utilizzati come trasportatori del materiale genetico che codifica una proteina di Sars-CoV-2.

L’efficacia dei vaccini

Infine va ricordato, e questo vale sempre, anche con le varianti, che i vaccini diventano pienamente efficaci all’incirca a partire da una o due settimana dopo la seconda dose (i dati possono variare leggermente da vaccino a vaccino). E anche questo studio israeliano lo dimostra dal momento che si sono verificati contagi, anche con variante britannica, tra la prima e la seconda iniezione. È infatti possibile contagiarsi tra una dose e l’altra perché la carica anticorpale non è ancora al suo massimo livello, che è uno dei motivi per cui non bisognerebbe rimandare l’inoculo della seconda dose.
Tuttavia è possibile ammalarsi di Covid-19 anche dopo aver fatto due dosi di vaccino (in genere non in modo grave) e questo perché i vaccini anti Covid-19, come tutti gli altri vaccini, non sono efficaci al 100%. Qualcuno resterà scoperto perché per qualche motivo non sviluppa sufficienti difese immunitarie. A questo punto vale la pena ribadire come va interpretato il valore di efficacia di un vaccino (dato in realtà non comparabile tra i vari prodotti perché i trial sono stati condotti in luoghi e tempi diversi). Avere un vaccino efficace al 95% come Pfizer non significa che si ammaleranno 5 persone ogni 100. Il dato di efficacia è relativo alla protezione individuale ed è una cifra probabilistica. Se il vaccino è efficace al 95% ogni individuo che conclude il ciclo vaccinale con quel prodotto ha il 95% in meno di probabilità di essere contagiato ogni volta che viene esposto al virus rispetto a un individuo che non è vaccinato.
FonteCorriere della Sera

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