Il trattamento di elezione in casi di depressione è – come è noto – la terapia farmacologica a base di SSRI (selective serotonin reuptake inhibitor – inibitori se- lettivi della ricaptazione delle serotonina) o di SNRI (serotonin norepinephrine reuptake inhibitor – inibitori della ricaptazione della serotonina e della noradrenalina). Purtroppo non sempre a tale trattamento è abbinata anche una psicoterapia, in special modo se la diagnosi è effettuata da un medico di base o da uno psichiatra dalla visione strettamente organicista (ovvero, che considera i disturbi mentali come il prodotto di fattori organici).

Purtroppo però i dati sull’efficacia dei trattamenti attualmente in corso non sono incoraggianti, tanto che è stato coniato il termine Treatment-Resistant Depression (TRD) o, in italiano, depressione farmacoresistente. Studi dimostrano che circa un terzo dei trattamenti farmacologi per la depressione siano inefficaci.

Per un medico è certamente più semplice limitarsi a prescrivere un farmaco che ascoltare un paziente e comprendere le peculiarità della sua sofferenza, che ha sì similitudini con la sofferenza di altri pazienti, ma non è uguale a quella di nessun altro. Non stupisce quindi che troppo spesso l’unica terapia proposta sia quella farmacologica. Molti pazienti vengono così convinti che la radice della loro problematica mentale sia esclusivamente organica e che loro non potevano farci alcunché per evitarlo né possono adesso fare alcunché per stare meglio. Non gli resta che attendere l’effetto di una qualche pillola miracolosa. Va pur detto che alcuni non desiderano di meglio. Seguire una psicoterapia, e il lavoro su di sé che essa comporta, è molto impegnativo: richiede il coraggio di mettersi in discussione; costringe a guardare aspetti di sé che si preferirebbe ignorare; comporta l’abbandonare il torpore del sentirsi impotenti e accuditi da altri più competenti di noi in favore del sapersi, almeno in parte, responsabili dei propri miglioramenti.

Peccato che tra gli effetti collaterali più comuni degli SSRI figurino le disfunzioni sessuali e l’aumento del peso corporeo (Robert et al, 2003) e che le benzodiazepine possano indurre dipendenza e conseguentemente abuso (O’Brien, 2005); tutti fattori non certo di aiuto a recuperare un migliore stato dell’umore. Sia pure che nei pazienti psichiatrici gravi i rischi superino i benefici, possibile, ma è davvero così anche per il comune cittadino che sta solo attraversando un periodo difficile della sua vita?

In lingua inglese si ricorre all’espressione molto ben riuscita che un intervento deve essere “tailor made”, fatto su misura.

La Psicologia di Segnale fa sua questa indispensabile impostazione, cercando ogni volta di comprendere le peculiarità dell’individuo che ha di fronte, i suoi aspetti più apparenti ma anche quelli che si celano più in profondità e richiedono di essere fatti emergere per pianificare un intervento che sia realmente utile al paziente. La Psicologia di Segnale è consapevole dell’esistenza di dinamiche e processi psichici sia consci e consapevoli che inconsci. Particolare attenzione è posta alla comprensione del vissuto emotivo del paziente e al riconoscimento degli automatismi messi in atto in risposta a situazioni di difficoltà (meccanismi di difesa). L’obiettivo del lavoro psicologico è l’aumento della consapevolezza che il paziente ha di sé, delle proprie dinamiche, delle relazioni con gli altri e più in generale di ogni aspetto significativo della sua realtà psichica, favorendo per quanto possibile quelli positivi per il suo benessere e aumentando al contempo la capacità di metabolizzare e integrare al meglio le situazioni che non lo sono e che inevitabilmente fanno a volte parte dell’esistenza umana.

Si configurano due approcci alla depressione tra loro antitetici: l’uno, farmacologico e standardizzato, che vede l’individuo come vittima passiva di un deficit nei neurotrasmettitori; l’altro, psicologico e personalizzato, che restituisce al paziente la dignità di soggetto attivo. Noi sappiamo quale approccio prediligere. Voi, quale preferite?

 

Fonte: L’altra medicina

LEGGI TUTTE LE ALTRE NEWS