I mutamenti climatici comportano un aumento dei pericoli in alta montagna, e al contempo aumentano anche le persone che la frequentano. Diventa quindi sempre più importante prepararsi in modo adeguato.

Il crollo di parte del ghiacciaio della Marmolada, ma anche l’interruzione da parte delle guide alpine locali di itinerari su montagne come il Cervino o il Monte Bianco sono un segno che le Alpi stanno cambiando rapidamente, e con essa i pericoli collegati alle attività di montagna in generale, dalla mountain-bike, all’alpinismo.

L’ambiente montano sta subendo cambiamenti a una velocità che non ha precedenti nella storia umana. Le montagne sono particolarmente sensibili, poiché qui i cambiamenti sono spesso amplificati e gli estremi meteorologici, che sono sempre stati critici ad alta quota, sono ulteriormente esacerbati.

“Cambi repentini di pressione, inverni sempre più miti, fenomeni meteorologici più violenti ed estremi, come la tempesta Vaia del 2018, rendono l’ambiente montano più fragile e di conseguenza più insidioso per chi lo frequenta occasionalmente o lo vive nella quotidianità”, dice Maurizio Dellantonio, presidente nazionale del Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico.

“Lo scenario [ambientale] che si sta presentando è impressionante e impone a chi va in montagna di tenerne conto”, argomenta Antonio Montani, presidente del Club alpino italiano. Per la montagna, la scienza indica che stiamo andando verso scenari catastrofici e “non abbiamo ancora chiaro come andrà a finire”.

Il ghiacciaio di Punta Rocca sulla Marmolada che nel luglio del 2022 è crollato vicino a Canazei, facendo diverse vittime.

Analisi specifiche sulle attività di montagna sono rari. A titolo di esempio però, in uno studio sull’iconica guida dell’alpinista Gaston Rébuffat, Il massiccio del Monte Bianco: le 100 vie più belle (1973), gli autori hanno identificato 25 processi naturali legati al cambiamento climatico che interessano gli itinerari alpinistici del massiccio del Monte Bianco. Di questi, il 36 per cento è diventato più pericoloso e non è percorribile in alcuni periodi dell’anno, in particolare in estate a seguito alle ondate di calore, sempre più frequenti. Il 27 per cento invece non è proprio più percorribile in estate, perché comportano una pericolosità eccessiva. Infine, il tre per cento degli itinerari è già scomparso a causa del ritiro dei ghiacciai o della caduta di massi. Un esempio tra tutti è il famoso pilastro Bonatti, sulla parete Ovest del Drus (3754 metri sul livello del mare), che è scomparso nel 2005 a causa di un imponente crollo di roccia.

Spiega Matthias Huss, glaciologo al Politecnico di Zurigo: “Per gli sport di montagna in generale, i cambiamenti nel paesaggio pongono nuove sfide importanti. Le alterazioni maggiori riguardano le condizioni di innevamento che determinano quali attività possono essere svolte in quale periodo dell’anno. Talvolta determinano addirittura l’esclusione di alcune attività. Per quanto riguarda i pericoli, il disgelo del permafrost comporta un aumento della caduta di massi e quindi alcuni percorsi possono diventare impraticabili in certi periodi. Il ritiro dei ghiacciai cambia completamente la forma delle valli alpine e rende l’accesso ad alcuni luoghi molto più scomodo, o impossibile. Inoltre, con l’estremo scioglimento di neve e ghiaccio aumenta il rischio di incappare in crepacci.”

Già da questo si comprende come, malgrado si possa associare la montagna a immagini di rocce, pascoli, o nevai, un fattore importante per le montagne è il cambiamento dei diversi stati fisici dell’acqua: la neve è abbondante nelle montagne e il cambiamento climatico induce una minore durata del manto nevoso con conseguenti impatti sull’idrologia, e su tutto ciò che in qualche modo è collegato all’acqua.

Spiega infatti Guido Nigrelli, ricercatore dell’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR-IRPI), che: “Se la temperatura è superiore a 0 °C sopra circa 3000 metri di altitudine, si avviano processi di degradazione del permafrost e dei ghiacciai. Se pensiamo a questi ultimi, il ghiaccio fuso può penetrare tra la roccia e la base del ghiacciaio, fluidificandone il contatto e determinando scivolamenti o perfino crolli di porzioni dei ghiacciai. Se pensiamo invece a versanti o ad ammassi rocciosi più o meno fratturati, la fusione del ghiaccio, cioè del collante che tiene insieme rocce e detrito, può esporre questi a processi come i crolli di roccia.” Un pericolo meno evidente, ma non meno minaccioso.

Il cambiamento climatico non significa però che le Alpi stiano diventando un territorio insidioso in cui non è più possibile svolgere alcuna attività. Certi percorsi diventeranno impraticabili, ma altre cime saranno perfino più facili da raggiungere: quella che prima era una salita pericolosa su un ghiacciaio percorso da infidi crepacci potrebbe diventare una passeggiata. Una via di arrampicata a bassa quota con buona roccia rimarrà la stessa, anche se potrebbe essere troppo caldo per arrampicare per molti giorni. È dunque anche importante notare che non tutto è dovuto al cambiamento climatico e che non tutto sta crollando.

Molte volte siamo noi a metterci in pericolo, anzi: “La costante crescita degli interventi che il Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico svolge ci comunica che il principale pericolo non deriva dall’ambiente, quanto dall’inadeguata preparazione di coloro che frequentano la montagna: da sempre ci sono sentieri e percorsi più impervi di altri, oggi però ci sono più frequentatori non adeguatamente preparati ed equipaggiati che li frequentano”, spiega Dellantonio.

Volendo si potrebbe dire che c’è una precipitazione di eventi: i pericoli aumentano in alcuni luoghi e diventano più imprevedibili in generale, richiedendo quindi una maggiore esperienza, e un’esperienza adattata alla nuova situazione per giudicare se una gita in montagna è fattibile o meno. Ma nello stesso tempo aumenta una fruizione, non sufficientemente preparata, della montagna.

Si osserva un “aumento smisurato della frequentazione delle terre alte” un po’ come riflesso della fase post pandemica, un po’ per fuggire dalle pianure che nei mesi estivi diventano insopportabili per il caldo, conferma Dellantonio.

E mentre più persone si spingono sempre più in alto, è proprio l’alta montagna a risentire maggiormente del cambiamento climatico, cioè le regioni al di sopra dei 2500 metri circa delle Alpi, dice Huss.

“Nei prossimi decenni la temperatura media annua aumenterà di oltre 1,5 °C. Verso il 2050 molti ghiacciai alpini saranno estinti perché gli ambienti glaciali e periglaciali rispondono rapidamente a questi cambiamenti. Allo stesso tempo aumenterà la frequentazione anche dove non è ancora presente una sentieristica. E aumenteranno le frane, i danni alle attività antropiche, e i costi per la messa in sicurezza delle infrastrutture. I dati dicono già questo”, osserva Nigrelli.

E dunque quali forme di adattamento adottare, per chi frequenta l’alta montagna? Nigrelli spiega che è fondamentale “consultare le previsioni meteorologiche, ma non basta più: è necessario acquisire informazioni sulle condizioni del tempo dei giorni precedenti (almeno dieci) e in particolar modo conoscere la quota dello zero termico, conoscere le temperature minime e massime giornaliere, sapere se è piovuto o grandinato in quota, sapere se ci sono stati episodi di vento caldo, parlare con guide locali e gestori di rifugi per sapere se hanno osservato qualche segnale di possibile instabilità naturale”. Bisognerebbe insomma fare corsi di aggiornamento, e introdurre queste nozioni in ogni corso di alpinismo, guida di escursionismo, guide per chi fa mountain-bike, ferrate e così via.

“La cosa da tenere a mente è che la montagna, per sua natura, non può e non sarà mai esente da rischi. È dovere di tutti e nell’interesse di ciascuno scegliere le attività e gli itinerari secondo le proprie capacità fisiche e tecniche, e con una giusta attrezzatura”, conclude Dellantonio. Serve insomma una maggiore e rinnovata preparazione, sottolinea infine Montani. Andare in montagna si può, anzi è raccomandabile per il nostro benessere, ma servono nuove conoscenze e una maggiore consapevolezza che l’ambiente alpino sta rapidamente cambiando.

 

Fonte: Le Scienze

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