Gemelli colpiti dal Covid sviluppano la malattia in maniera opposta. Il caso allo studio

Due fratelli di 60 anni, gemelli omozigoti, vivono nello stesso caseggiato, in un comune del piacentino, e lavorano insieme nella carrozzeria di famiglia: una vita in totale simbiosi. La scorsa primavera si ammalano insieme, contagiati dal Covid-19. Ricoverati nello stesso ospedale e seguiti dalla stessa équipe medica, sviluppano all’inizio gli stessi sintomi e sono curati con il medesimo protocollo. Risalendo al primo tampone, anche la carica virale risulta essere pressoché identica. Ad un certo punto, però, il decorso clinico prende strade diverse: uno dei due viene dimesso dopo un paio di settimane, senza particolari complicazioni; il fratello invece peggiora progressivamente, tanto da essere costretto al ricovero in terapia intensiva, in condizioni che si fanno persino critiche, salvo poi migliorare lentamente, fino alla successiva guarigione.

Perché evoluzioni così diverse della stessa patologia, in persone così simili dal punto di vista fisico, con una storia clinica quasi identica, con lo stesso patrimonio genetico e la medesima esposizione a fattori di rischio, quali agenti ambientali e climatici esterni? La spiegazione ancora non c’è: solo ipotesi che vanno da fattori epigenetici, ovvero modificazioni nell’espressione o regolazione dei geni in maniera diversa tra i due gemelli, o forse una diversa esperienza di maturazione del sistema immunitario acquisita dai due gemelli. Ipotesi, appunto, non ancora suffragate da studi.

È questa, in estrema sintesi, una delle vicende legate al virus che dalla pianura padana sta appassionando e interrogando medici e ricercatori da tutto il mondo. La storia clinica dei gemelli di Piacenza è stata pubblicata nei giorni scorsi da “Annals of Internal Medicine”, una tra le più prestigiose riviste medico-scientifiche, scatenando reazioni, commenti e un acceso dibattito. Primo firmatario dell’articolo è il dottor Davide Lazzeroni, medico cardiologo dell’Unità Operativa di Prevenzione e Riabilitazione Cardiovascolare del Centro “S. Maria ai Servi” della Fondazione Don Gnocchi di Parma. Destinatario di una segnalazione via social anche del professore newyorkese Eric Topol, docente di Medicina molecolare e uno dei più influenti e famosi cardiologi al mondo.

«Lo studio rappresenta la descrizione di un caso curioso e anomalo – commenta Davide Lazzeroni -. In letteratura esistono già casi Covid nei quali, a parità di fattori predisponenti, si è chiamata in causa la genetica per spiegare il differente decorso clinico. Per i due gemelli piacentini, tuttavia, nemmeno la genetica è in grado di giustificare una così eclatante e diversa evoluzione della patologia in soggetti praticamente identici».

«La scienza è un continuo percorso in avanti – aggiunge Lazzeroni – e non bisogna mai smettere di studiare ed evitare risposte semplicistiche, basate su dati insufficienti. L’enorme interesse sollevato dal nostro articolo la dice lunga su quanto sia sempre più necessario fare fronte comune a tutti i livelli per sconfiggere un nemico tanto subdolo e per molti aspetti ancora sconosciuto. L’attenzione al singolo caso ci ricorda infine che in medicina, soprattutto per patologie ancora poco conosciute, oltre al contributo irrinunciabile degli studi sui grandi numeri è determinante l’attenzione e l’analisi di ogni singolo paziente. È il culto dell’unicità di ogni persona umana, approccio tanto caro a don Gnocchi e che da sempre caratterizza l’agire della Fondazione».

 

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2020-12-15T19:57:16+00:00
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