La sfida di Venezia: riportare in laguna l’ostrica europea. E può essere un affare anche per la qualità dell’acqua del mare: ecco perché

Articolo del 06 Luglio 2022

Il progetto “Marea” coordinato dall’università Ca’ Foscari sta tentando l’impresa di far tornare il bivalve nel mare del Veneto, dopo l’importazione di 2mila esemplari da un allevamento in Croazia dopo l’estinzione alla fine dell’Ottocento. Potrebbe essere una grande notizia per l’Adriatico perché il mollusco ha varie qualità. Tra le altre è una grande “ripulitrice” e è un fattore di aumento di biodiversità. La coordinatrice Bertolini a ilfatto.it: “Potrà avere ricadute positive anche sulla pesca”.

 

La sfida di Venezia: riportare in laguna l’ostrica europea. E può essere un affare anche per la qualità dell’acqua del mare: ecco perché

Ostriche e champagne, accoppiata di successo. Ma se in Veneto le bollicine non mancano, è lei, la nostrana ostrica piatta (Ostrea edulis), ad essersi estinta alla fine dell’Ottocento. Per riportarla in laguna c’è oggi in campo il progetto europeo Marea (Matchmaking Restoration Ecology and Aquaculture) coordinato dall’Università Cà Foscari Venezia. “L’ostrica piatta è scomparsa in tutta Europa e dalla laguna per diversi fattori – spiega Camilla Bertolini, ecologa dell’Università Cà Foscari e a capo di Marea – La sovrapesca, il diffondersi di due malattie, una causata da un parassita e l’altra da un virus, nonché l’importazione della più resistente e invasiva ostrica giapponese”. Adesso per tentare l’impresa di far tornare l’ostrica piatta a colonizzare le acque venete sono stati importati duemila esemplari – mille maschi e mille femmine – dall’altra sponda adriatica, da un allevamento in Croazia.

Il 2022 è l’anno in cui si valuterà il grado di ambientamento delle ostriche in laguna: “Per adesso siamo soddisfatti perché non abbiamo registrato casi di mortalità – spiega l’ecologa a ilfattoquotidiano.it – Effettuiamo analisi costanti dell’acqua e abbiamo posizionato nelle vicinanze dell’allevamento una sonda ‘multiparametri’ che ci consente di avere in tempo reale le misure di temperatura, ossigeno, pH, clorofilla, torbidità”. Altri segnali incoraggianti arrivano sul fronte della riproduzione: “A partire da maggio, abbiamo visto che le femmine hanno le uova al loro interno. Questo significa che nasceranno sicuramente nuovi esemplari. Ma per capire se l’allevamento si svilupperà a tutti gli effetti, dobbiamo attendere la fine dell’estate, quando vedremo se riusciremo a raccogliere il seme delle ostriche così da avviare la riproduzione in laboratorio. Ovviamente si parla sempre di una fase sperimentale, non industriale”.

Che l’allevamento di ostriche stuzzichi l’immaginario e le tasche di alcuni produttori è chiaro, ma oltre al lato economico c’è molto di più. Questo progetto vuole dimostrare che l’economia può andare di pari passo con il ripristino della natura. “Avere un allevamento di ostriche in laguna significa prima di tutto contribuire alla pulizia delle acque – ragiona Bertolini – Un’ostrica filtra circa 200 litri al giorno“. Durante questa operazione “questi bivalvi rimuovono l’eccessiva presenza di plancton, eliminano i nitrati e sequestrano l’anidride carbonica”.

Ma il loro ruolo ecologico non si limita ad innalzare la qualità dell’acqua: le ostriche sono fondamentali anche per incrementare la biodiversità della laguna: “Se presenti sui fondali, diventano a loro volta un substrato che può essere poi colonizzato da altri organismi marini e forniscono un riparo per i pesci che scelgono le zone con questi molluschi per deporvi le uova e assicurare ai piccoli un luogo tranquillo di crescita. E’ quella che in biologia viene definita una ‘nursery area’. Pertanto l’ostricoltura potrà avere delle ricadute positive sulla pesca”.

Ovviamente, per avere degli allevamenti in salute è necessario che tutto l’ecosistema lagunare si mantenga salubre. E negli ultimi anni in laguna e anche nella famosa Sacca di Scardovari, nella zona del Delta del Po, i problemi non sono mancati. Ad esempio, gli allevamenti di vongole sono al collasso, la produzione da 80mila tonnellate all’anno è scesa a 40mila per mancanza del seme delle vongole e la causa non è ancora nota alla scienza. Si ipotizza che c’entri il microclima o l’azione di qualche parassita.

E tornando alla laguna di Venezia, il problema è anche un altro, l’eccessiva salinizzazione delle acque, cui un altro progetto (Lagoon Refresh), guidato questa volta da Ispra, sta cercando di porre rimedio attraverso la creazione di un canale di collegamento tra la laguna e il vicino fiume Sile. Le soluzioni più ingegnose e visionarie, molte delle quali nate nei laboratori delle università di Ca’ Foscari Venezia e Padova, sono state raccontate dal webdoc Adaptation.it che proprio ad inizio giugno ha messo online un intero capitolo dedicato al Veneto con all’interno 23 storie di adattamento al cambiamento climatico. “L’economia del nostro progetto di ostricoltura mira a essere sostenibile – conclude Bertolini – L’obiettivo è far rivivere piccole realtà locali e tradizionali togliendo terreno ad attività poco in sintonia con il mantenimento dell’ambiente lagunare, per esempio quelle legate al turismo di massa”.

 

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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