Le nostre scelte alimentari possono alimentare il fenomeno dell’antibiotico-resistenza?

Articolo del 02 Luglio 2021

L’antibiotico-resistenza è una emergenza sanitaria su scala mondiale, dichiarata già dal 2014 dall’ONU e dall’OMS .

Lo stile di vita e le nostre scelte alimentari contribuiscono in maniera determinante allo svilupparsi dell’antibiotico-resistenza.

Vediamo quali fonti alimentari, a causa della loro filiera produttiva, vanno ad aggravare il problema dell’antibiotico-resistenza nell’Ambiente e all’interno del nostro organismo, in particolare a carico della nostra flora batterica intestinale.

Carni e pollame: la dicitura “allevato senza uso di antibiotici” in etichetta non è affidabile!

Per quanto riguarda la carne che troviamo in commercio nella Grande Distribuzione, nonostante da 15 anni ( dal 2006) vi sia per legge il divieto di utilizzo di antibiotici in profilassi, abbiamo ampie prove che gli allevamenti intensivi stiano continuando a utilizzare antibiotici ad uso di profilassi, cioè somministrandoli di routine, dal momento che anche di recente (Marzo 2019) sono stati prelevati a caso dei campioni di confezioni di petto di pollo in alcuni supermercati di Roma e Milano e sono stati fatti analizzare presso un laboratorio di Istituto Zooprofilattico accreditato dal Ministero della Salute per verificare che non vi fossero tracce di antibiotici o di batteri resistenti agli antibiotici (gli antibiotici negli allevamenti sono consentiti per legge solo se e quando un animale si ammala, e a patto che l’animale che si ammala venga trattato e allevato poi in stalle e spazi separati dal resto del bestiame). Quello che è emerso è che in tutti i campioni di petto di pollo prelevati (42 campioni) sono stati trovati batteri resistenti a trattamenti antibiotici, incluse le confezioni che avevano la dicitura “allevato senza uso di antibiotici”.

Salumi e carne cruda

Un altro caso di prodotto a cui occorre prestare attenzione nell’acquisto, assicurandosi che provenga da una filiera in cui non si faccia uso di antibiotici, sono i prosciutti, i salumi in genere, e la carne macinata. Da alcuni anni (2016) in commercio vediamo confezioni di salumi, carne e uova recanti la dicitura “allevato senza uso di antibiotici negli ultimi 4 mesi” oppure “negli ultimi 6 mesi”. Cosa significano queste scritte sulle confezioni?

Queste diciture sono fuorvianti in quanto la gran parte degli antibiotici viene impiegata quando gli animali sono giovani, soprattutto nelle fasi intorno allo svezzamento o a seguito di viaggi su lunghe distanze, aspetti che sfuggono dalla dicitura “senza l’uso di antibiotici negli ultimi 4 mesi”, ma il consumatore paga di più la carne etichettata “senza antibiotici”. Se si vogliono prodotti da animali allevati in condizioni migliori (e quindi più sani), non è necessario comprare la carne antibiotic free, ma piuttosto quella proveniente da razze più robuste (come quelle a lento accrescimento nel caso dei polli) e da animali allevati all’aperto o con metodo biologico, dove la somministrazione di antibiotici è esclusa per disciplinare produttivo stesso.

Antibiotici nel pesce

Anche attraverso il consumo del pesce possiamo ingerire dei residui di antibiotici oppure dei batteri resistenti al trattamento con antibiotici. In commercio ci sono pesci con l’etichetta che riporta la dicitura “allevato senza uso di antibiotici negli ultimi 6 mesi”.

Ad esempio le orate sono un tipico pesce da allevamento a cui vengono somministrati gli antibiotici. Un altro pesce molto consumato, che viene allevato con uso di antibiotici, è il salmone (quello selvaggio non è da allevamento e vivendo in mare aperto o in alcuni fiumi, non ingerisce antibiotici). Il salmone da allevamento è quello utilizzato anche nel Sushi, quindi in ogni preparazione di sushi al ristorante o nelle confezioni di sushi già pronte nei supermercati. Anche il salmone affumicato (quello norvegese o scozzese, da allevamento) è stato allevato con utilizzo degli antibiotici. Infine anche le trote sono da allevamento e sono sottoposte a trattamenti antibiotici. Trote e orate sono allevate in Italia, in Spagna e in Grecia e in tutti questi Paesi si fa uso regolare di antibiotici.

Un altro prodotto ittico che viene sottoposto a trattamenti antibiotici sono i gamberetti, allevati in maniera industriale ed intensiva in Paesi come la Thailandia e il Bangladesh, che possiedono una industria enorme di gamberetti che vengono poi venduti in tutto il mondo. Ci sono studi che hanno mostrato come i gamberetti da allevamento abbiamo residui di antibiotici chinolonici nelle loro carni. Anche in questo casi si somministrano gli antibiotici per accrescere la produzione e la taglia dei gamberetti. Se i gamberetti sono invece da pesca in mare, questo rischio non esiste e la carne è priva di residui.

Insalate in busta

Infine c’è anche la problematica delle insalate in busta. Uno studio del 2018 fatto da dei ricercatori tedeschi, e divulgato in Italia dalla inchiesta della trasmissione Preadiretta di RAI3, dal titolo “Malati di farmaci”, ha documentato come le insalate in busta siano un sebatorio di batteri resistenti agli antibiotici. Lo studio dei ricercatori tedeschi è stato pubblicato su una importante rivista scientifica di Microbiologia americana

Sostanzialmente i batteri resistenti agli antibiotici nelle insalate si sviluppano dal terreno in cui queste insalate vengono coltivate, per il fatto che questi terreni di coltivazione vengono trattati e concimati con i liquami di scarto provenienti dagli allevamenti intensivi (i famosi spandimenti di fertilizzante organico che si fanno in alcuni periodi dell’anno in Agricoltura). SI tratta dei liquami (feci e urine) raccolti nei vasconi degli allevamenti di bestiame, e poi riutilizzati come concimazione organica in agricoltura. In questi liquami vi sono sia i residui di antibiotici somministrati al bestiame, sia i batteri che hano sviluppato la resistenza ai trattamenti antibiotici durante il ciclo di vita dell’animale. Ecco che questi batteri poi si trasferiscono dai liquami al terreno e infine all’insalata che viene messa in vendita.

 

Fonte: L’altra medicina
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