Pfas nelle catene alimentari: l’accumulo che cresce di livello in livello

Articolo del 23 Febbraio 2026
Le sostanze perfluoroalchiliche, note come Pfas, sono ormai diffuse in molti ambienti naturali, dagli ecosistemi terrestri agli oceani. Utilizzate in numerose applicazioni industriali e caratterizzate da un’elevata persistenza, queste molecole non si degradano facilmente e tendono ad accumularsi nel tempo.
Negli ambienti marini, i microrganismi presenti nelle acque assorbono i Pfas contaminanti. Da qui, le sostanze risalgono la catena alimentare: vengono ingerite da piccoli organismi, poi da pesci di dimensioni maggiori e infine dai grandi predatori. Ogni passaggio rappresenta un potenziale aumento della concentrazione di queste sostanze.
Un’ampia analisi che ha esaminato decine di studi e oltre cento reti alimentari, sia terrestri sia acquatiche, ha evidenziato un fenomeno significativo: per alcuni tipi di Pfas, la concentrazione tende in media a raddoppiare ogni volta che si sale di un livello nella catena alimentare. In alcuni casi specifici, l’incremento risulta ancora più marcato, con aumenti anche tripli tra preda e predatore.
L’accumulo varia a seconda della sostanza considerata. Sono stati analizzati decine di composti differenti, mostrando che non tutti si comportano allo stesso modo, ma che molti presentano una chiara tendenza alla biomagnificazione, cioè all’aumento progressivo della concentrazione nei livelli trofici superiori.
Questo meccanismo implica che i predatori di vertice, pur vivendo in ambienti con livelli apparentemente contenuti di contaminazione, possano raggiungere concentrazioni molto elevate di Pfas nei loro tessuti. Il fenomeno non riguarda solo la fauna selvatica: tracce di queste sostanze sono state rilevate anche nell’uomo, in diverse aree del mondo.
Numerosi studi hanno collegato l’esposizione prolungata ai Pfas a possibili effetti negativi sulla salute, tra cui alterazioni epatiche e renali, disturbi metabolici e un aumento del rischio di alcune patologie croniche. La loro capacità di persistere nell’ambiente e di concentrarsi lungo le catene alimentari solleva quindi interrogativi rilevanti sul piano ambientale e sanitario.
Il quadro che emerge è quello di un problema globale e sistemico, che non riguarda solo i singoli individui ma l’intero equilibrio degli ecosistemi, rendendo sempre più urgente un monitoraggio attento e politiche di riduzione dell’esposizione.
Per approfondimenti: TERRANUOVA
