Un documentario ed un libro con lo stesso titolo La Foresta di Perle, protagonista principale Franco Berrino medico epidemiologo e direttore del Dipartimento di Medicina Preventiva e Predittiva dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano che da anni, con conferenze e pubblicazioni, cerca di stimolare la consapevolezza a una vita sana in armonia con le leggi della natura.

Che il destino fosse scritto nei geni ereditati dai nostri genitori era la convinzione scientifica del secolo scorso. Si pensava che il DNA, potesse essere danneggiato da cause ambientali, come radiazioni, virus, sostanze mutagene o altro. La convinzione che non fosse modificabile era un principio di certezza assoluta.

Ora nel secondo millennio questa presunzione è stata modificata dalla rivoluzione dell’epigenetica: il DNA, infatti, contiene milioni di interruttori che possono accendere e spegnere i nostri geni e modificarne l’azione; su questi interruttori possiamo agire con il cibo, con il contatto con la natura, con l’esercizio fisico e, come è stato recentemente dimostrato, anche con la mente e con la meditazione.

In La Foresta di perle si cerca di portare a consapevolezza l’importanza delle foreste per la sopravvivenza del pianeta e quindi di conseguenza di noi esseri umani.

Perle perché metaforicamente esse nascono dal dolore di un’ostrica che ci dona un insegnamento di saggezza: scegliere di accettare una particella all’interno del proprio corpo e patire per trasformarla in un gioiello prezioso.

La perla diventa quindi emblema di coraggio e di resistenza. Per questo nel libro e nel documentario la perla e stata eletta a simbolo del regno vegetale, oggi minacciato, che abbiamo il dovere di difendere.

Come la perla occupa progressivamente il centro dell’ostrica, ugualmente il cuore d’Italia è scrigno prezioso di biodiversità: lo sguardo degli autori Il Dottor Franco Berrino e la giornalista Enrica Bortolazzi ci guidano nei regni di Madre Natura, alla scoperta delle connessioni segrete che permettono al pianeta di intonare il suo canto armonioso, a cui spesso l’essere umano è diventato sordo.

Lo sguardo del progetto La Foresta di Perle parte da una realtà tutta italiana, la foresta casentinese, per estendersi all’orizzonte verde dell’intera penisola e allungarsi oltre in Europa e nel mondo intero.

Il surriscaldamento globale di cui tanto si parla è dovuto ad eccesso di emissione di CO2, ma i governi e le industrie che mirano al profitto economico non hanno nessun interesse a cambiare per ora i cicli di produzione, così che si moltiplicano tentativi tecnologici per diminuire l’emissione di CO2: da Elon Musk, che ha messo a disposizione 10 milioni di dollari per chi riuscirà a catturarla dall’atmosfera ed immetterla nel terreno, alla startup svizzera Climeworks di recente, che ha installato un impianto capace di risucchiare aria, separare la CO2 ed immetterla in profondità nel terreno.

La struttura è stata chiamata Orca e si trova in Islanda, alimentata da energia geotermica e quindi anche carbon-free a sua volta. Sarà capace di togliere dall’atmosfera fino a 4000 tonnellate di CO2 all’anno, l’equivalente emesso da circa 790 auto a combustione in dodici mesi, nel mondo esistono già 15 impianti simili in attività.

Presto potrebbe arrivare un impianto molto più efficiente, lo sta realizzando la compagnia petrolifera Occidental in Texas e dovrebbe addirittura avere la capacità di togliere dall’atmosfera 1 milione di tonnellate di CO2 l’anno.

Ma questa funzione che l’essere umano si ingegna a realizzare è già presente in natura attraverso le foreste che attirano l’anidride carbonica e la veicolano attraverso le radici nel terreno.

La terra in origine aveva 12.000 miliardi di alberi, ora ne abbiamo meno della metà. Gli spazi sottratti alle foreste sono stati trasformati in terreni agricoli per l’allevamento animale e la coltivazione di cereali e soja destinata all’alimentazione animale.

È interessante sapere che solo il 20% dei terreni agricoli hanno come finalità la coltivazione di alimenti per gli umani.

Gli animali di allevamento sono dieci volte superiori a quelli delle razze selvatiche. Tutto questo a dimostrazione di come l’essere umano stia trasformando il mondo che lo ospita, perdendo la figura di indigeno del suo territorio.

Indigeno viene dal lat. indigĕna, der. di gignĕre ‘generare’, col pref. indu- (equivalente a in-) in sintesi essere generati dentro il territorio, non generare il territorio.

Gli animali vengono allevati non più mangiando erba, ma soja e cereali che aumentano esponenzialmente la produzione di metano nell’atmosfera. Tutto è polarizzato nel produrre carne pensando che sia una conquista legata al benessere. Ma il benessere di chi? Delle industrie alimentari e non certo quella del genere umano.

Dovrebbe entrare ormai nella coscienza collettiva che la carne rossa, oltre a contenere grassi saturi, ha un alto contenuto di ferro eme che è molto ossidante e catalizza nel nostro intestino la produzione di sostanze cancerogene: le nitrosamine. Quindi andrebbe mangiata di rado accoppiata a vegetali per ridurne le proprietà ossidanti.

I concetti di micro e macro cosmo delle filosofie orientali trovano nelle moderne teorie epigenetiche la loro conferma, solo vivendo in sintonia col mondo esterno e quindi con la natura è possibile mantenere la salute.

Vivere in una foresta, a contatto con l’energia secolare degli alberi regolarizza la maggior parte dei parametri ematici, come gli autori del libro raccontano:

“prelevavamo campioni di saliva e misuravamo la pressione e il polso il venerdì mattina prima di partire e la domenica mattina, dopo due notti in foresta. Un questionario (POMS, Profile of Mood State) ci informava sulla percezione soggettiva dello stato di benessere”.

I risultati? Le immersioni nella foresta riducono significativamente la secrezione di cortisolo, del 30% circa (segno di riduzione dello stress), e la pressione sistolica (moderatamente la diastolica), mentre aumentano la variabilità del ritmo cardiaco, un segno molto positivo per la salute. Infatti un tempo si credeva che il battito cardiaco a riposo fosse monotono e regolare come accade con un metronomo (60 pulsazioni al minuto uguale un battito al secondo).

In seguito le ricerche in campo cardiologico hanno messo in luce l’esistenza di una differenza nei tempi di contrazione tra un battito e l’altro, nell’ordine di alcuni millisecondi. Questo cambio spontaneo nella frequenza di contrazione cardiaca si è visto essere correlata con le interazioni pressorie dell’attività respiratoria e con le influenze esercitate dai rami del sistema nervoso simpatico e parasimpatico sul muscolo cardiaco.

Un corpo sano con un sistema cardiovascolare in salute, mostrerà, in condizione di riposo, una sorprendente irregolarità fra battiti cardiaci e una notevole variabilità della frequenza cardiaca; viceversa un organismo soggetto a stress cronico avrà un ritmo cardiaco molto regolare e con scarse variazioni.

La Foresta di Perle è un libro scritto a 4 mani, pubblicato da Solferino Libri. Un libro che parte dalla constatazione dello stato di pericolo in cui versa il nostro pianeta, minacciato dal nostro stile di vita e da uno sviluppo economico non sostenibile, in cui l’essere umano ha perso l’armonia con la natura.

Che parole sussurrerebbero gli alberi, se fossimo ancora in grado di decifrare il loro linguaggio? Quale visione unisce l’aquila reale e l’abete bianco? Cosa ci insegnano le formiche o i licheni? Che cosa possiamo imparare dai microbi?

Per rispondere a queste domande occorre un’immersione nei regni di natura, alla scoperta delle connessioni segrete che permettono al pianeta di intonare il suo canto armonioso, a cui spesso l’essere umano è diventato sordo.

Una visione profonda e alta del creato, che rivela le trame misteriose che compongono un’opera d’arte totale e continua, di cui l’essere umano è protagonista spesso inconsapevole. Un libro di poesia e di conoscenza, di bellezza e di denuncia, che ci apre gli occhi all’incanto e all’orrore.

Scegliere i propri cibi, senza lasciare che siano gli interessi finanziari dell’industria alimentare a sceglierli per noi. Tornare a una terra viva e non avvelenata con pesticidi e diserbanti e con l’aratura profonda. La terra non avvelenata è viva, respira; in un solo centimetro cubo di humus ci sono decine di milioni di microbi, sono microbi che fissano l’azoto atmosferico e che recuperano dai vegetali morti e dai minerali del terreno tutte le sostanze necessarie a far nascere nuove piante, nuova vita.

Se i batteri sono morti l’azoto e le altre sostanze necessarie all’agricoltura dobbiamo aggiungerle noi con i fertilizzanti, e l’azoto cosparso sui campi genera ossido nitrico, un gas serra molto più potente della CO2.

Tutti i popoli indigeni, prima che i colonizzatori si impadronissero delle loro terre, avevano sviluppato convenzioni per la gestione comunitaria della terra, per la caccia, la pesca, le coltivazioni e la gestione delle foreste, consuetudini di autoregolazione trasmesse da generazione a generazione. Convenzioni che non implicavano la proprietà.

Quando l’essere umano è inconsapevole può spingersi a compiere azioni brutali, fino a sabotare quella stessa Madre che gli ha donato la vita. La foresta di Perle è un libro rivelatore, alla fine del quale il lettore avrà conquistato la chiarezza ineluttabile dell’importanza di agire concretamente nella quotidianità a protezione della natura.

Un libro che restituisce al lettore il suo più alto valore: quello di umano custode del creato. La Foresta di Perle è lo strumento per ritrovare il nostro contatto con la Madre Terra.

 

Fonte: Rewriters

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