La “cocciniglia tartaruga” è sbarcata nel nostro paese dal nord America e che da qualche anno sta attaccando gli alberi di tutto il territorio italiano. Associazioni contro il comune: abbattimento selvaggio e pochi soldi per curare le piante.

Sono la nostra Amazzonia, almeno quella dell’Italia centrale. Abbassano le temperatura d’estate, eliminano polveri sottili, consentono la biodiversità e soprattutto fanno parte del nostro paesaggio storico. Sono i pini e le pinete che punteggiano il litorale mediterraneo e che popolano città come Napoli e Roma. Ma questi alberi rischiano la scomparsa. L’incubo ha un nome, si chiama “cocciniglia tartaruga” o “Toumeyella parviconis”. È un parassita aggressivo sbarcato nel nostro paese dal nord America e che da qualche anno sta attaccando i pini (pinus pinea) di tutto il territorio italiano. Ad essere flagellata, inizialmente, è stata la Campania, che ha perso infatti buona parte del suo patrimonio di pini e delle sue pinete, anche perché nel 2014 ancora non era nota la cura. Dal 2018 però il parassita, spostandosi, è arrivato anche a Roma – dove ha colpito oltre l’80% dei pini, un milione di esemplari – ed ora si sta spingendo nel litorale laziale, fino alle pinete della Toscana, per salire in Emilia e nelle regioni del Nord. Bisogna agire subito perché, purtroppo, in primavera si schiudono le uova di cocciniglia.

La cura efficace esiste e funziona, come dimostrano alcuni studi dell’Università di Napoli Federico II. Si chiama endoterapia, è a base di di abamectina, costa poco, circa 50 euro ad albero e si inietta direttamente nel tronco. È stata già applicata con ottimi risultati in Vaticano, nell’Accademia America, nel Cimitero Acattolico. Il ministero della salute a marzo ha autorizzato questo trattamento dal prossimo primo maggio e per 120 giorni. “È un inizio, ma non basta assolutamente”, spiegano dall’associazione Italia Nostra, tra le più battagliere sul fronte della tutela dei pini e che il 4 gennaio 2021 si è appellata, con una lettera, al presidente della repubblica, mentre il 13 aprile scorso ha avuto un incontro al ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali per chiedere un “decreto di lotta obbligatoria al parassita” e il relativo stanziamento di risorse economiche per la cura.

Pini secolari abbattuti: sono davvero pericolosi?

Del caso dei pini di Roma si è occupata anche la consigliera del I municipio di Roma Nathalie Naim, da tempo in prima fila per la protezione e salvaguardia del verde di Roma. “Il ministero della salute”, spiega, “ha autorizzato da settembre anche un altro prodotto per altri 120 giorni, ma poiché è stato fatto passare molto tempo prima di intervenire – nel Lazio la cocciniglia è arrivata nel 2018 – bisogna intervenire tempestivamente. Questo parassita, oltre a spostarsi facilmente, si riproduce in modo esponenziale, attaccandosi ai rami, succhiando linfa e producendo una melata nera che impedisce al pino la fotosintesi. E dire che basterebbe una puntura, la stessa autorizzata da anni, ad esempio, per la processionaria”. Altro aspetto fondamentale, nota Naim, è che “che l’intervento venga fatto da ditte specializzate in endoterapia sui pini, che utilizzino i prodotti autorizzati nelle giuste misure”.

E il punto è proprio questo: chi si occuperà degli interventi ma soprattutto con quali fondi, visto che sono coinvolti sia il ministero, che il comune di Roma, che la Regione Lazio? Quest’ultima, forse sull’onda dell’emersione del problema, ha deciso di investire 500.000 euro per combattere il parassita e “ difendere questo grande patrimonio naturale, culturale e di biodiversità”, ha spiegato il governatore Luca Zingaretti. Ma per Italia Nostra i fondi sono del tutto insufficienti.

Nel frattempo le associazioni che si battono a salvaguardia dei pini, nate anche per difendere zone circoscritte di Roma, denunciano come dal Comune di Roma si stia procedendo solo ad abbattimenti forsennati di questi alberi preziosi, spesso senza che ci siano ragioni strutturali, spesso gli alberi abbattuti sono sani, senza il permesso della Sovraintendenza, come accaduto per i pini dell’area archeologica del Colosseo, e senza procedere a ripiantarli.

Sentito dal Fatto Quotidiano, però, il Comune di Roma, attraverso le parole dell’assessore alle Politiche del verde, Laura Fiorini, si difende e spiega la sua versione. “Il trattamento con abamectina iniettata nel tronco era già iniziato con anticipo sui pini di Mostacciano in fase sperimentale nel 2018 e poi nel quartiere Eur nel 2019, infine su 3.700 pini in tutta la città nel novembre del 2020, con prodotti autorizzati per la processionaria. Ora che il farmaco è autorizzato dal ministero della Salute esiste si procederà ad iniettarlo in circa il 50% dei pini colpiti, entro i prossimi mesi”. L’assessora conferma che l’appalto di circa 60 milioni di euro destinato ad abbattimenti e potature sarà utilizzato anche – per 700.000 euro – per il contrasto alla Toumeyella parvicornis, anche se la consigliera Naim obietta che quei fondi sono stati “già affidati a ditte non specializzate in endoterapia”.

Un bando da sessanta milioni, ma i soldi per la cura sono pochi

L’amministrazione nega inoltre che l’abbattimento dei pini, ad esempio quelli su Via Appia, sia da collegare al parassita, ma al fatto che sono stati ritenuti potenzialmente pericolosi, anche a causa di interventi come rifacimento dei marciapiedi o del manto che ne hanno danneggiato le radici. Inoltre, ricorda come “il nuovo Regolamento del Verde, che abbiamo recentemente approvato, prevede in caso di abbattimento l’obbligo di sostituzione dell’albero abbattuto entro un anno o alla compensazione secondo parametri specifici”.

Italia Nostra, però, per bocca di Francesca Marranghello, che sta seguendo passo passo il caso, contesta il Comune di Roma. “A noi risulta che nei 60 milioni per il verde la cifra destinata alla cura endoterapica dei pini sarebbe di 250.000 euro. Ma se anche fossero 700.000, come cureranno il 50% dei pini? Inoltre il Regolamento del verde, nel quale non c’è accesso alla cura alla Toumoyella, non obbliga alla ripiantumazione della stessa specie, quindi è evidente che perderemo il pino come specie simbolo. Forse vedremo peri giapponesi, ibiscus e ornielli, alti quanto un uomo con il braccio alzato”.

Su un punto associazioni e Comune sono però d’accordo e cioè sul fatto che sia “indispensabile un piano nazionale di contrasto, visto che il parassita passa da un albero all’altro tramite il vento, con un decreto di lotta obbligatoria”, spiega Laura Fiorini. Il decreto però, puntualizza Francesca Marranghello di Italia Nostra, “non deve diventare una scusa per abbattere e potare: il pino non deve essere potato perché con la potatura si indebolisce e gli si impedisce di lottare contro il parassita riducendo la sua attività di fotosintesi”.

Infine c’è anche un altro, ultimo motivo per difendere queste piante speciali. Fanno parte del nostro paesaggio, e quindi hanno un’importanza fondamentale anche per il turismo. “I viaggiatori del Gran Tour si facevano ritrarre tra rovine malinconiche e pini, mentre il musicista Respighi ha composto una sinfonia intitolati I Pini di Roma”, spiega la storica dell’arte Emma Nardi. “Sono solo due esempi che mostrano quanto queste piante siano fondamentali per l’identità della città. E dunque della nostra, come romani ma anche come italiani”.

 

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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